DAL GOVERNO RENZI UN ATTACCO SENZA PRECEDENTI AI LAVORATORI.

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Prima di entrare nel merito dell’inquietante Jobs Act e della deregolamentazione del mercato del lavoro, per capire meglio da che parte sta veramente Matteo Renzi con il suo governo, mi sembra opportuno partire da quanto si intende fare a proposito di repressione dell’evasione fiscale, con particolare riferimento al reato di dichiarazione infedele.

Sul Sole 24 Ore online di oggi apprendiamo qualcosa di a dir poco preoccupante: la dichiarazione infedele diviene penalmente rilevante solo se l’imposta evasa supera i 200mila euro e non più 50mila euro così come avviene ora. Ma non solo. Nel computo della soglia non si terrà conto della non corretta classificazione o valutazione di elementi attivi o passivi oggettivamente esistenti, della violazione dei criteri di determinazione dell’esercizio di competenza, della non deducibilitá di elementi passivi reali.

“A differenza di quanto avviene adesso in cui la condizione congiunta per far scattare il reato di dichiarazione infedele (articolo 4 del Dlgs 74/2000) è che l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti a tassazione è superiore al 10% dell’importo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o comunque, è superiore a 2 milioni di euro. È un’altra delle novità che dovrebbero entrare nell’attuazione delle norme su abuso del diritto e sanzioni previste dalla delega fiscale (legge 23/2014)”.

Un altro regalo, dunque, agli evasori ed alle rendite parassitarie. Un invito a delinquere e ad evadere il fisco a dispetto dei cittadini onesti! A questi il governo consegna le briciole degli 80 euro al mese (non a tutti, per altro) e qualche altra piccolissima provvidenza, quando poi la situazione, sotto il profilo di una più equa redistribuzione della ricchezza e di una più equa imposizione fiscale, rimane negativamente tale e quale!

Tornando al lavoro, negli scorsi giorni si è appreso che il governo, nonostante reiterate richieste, intenda negare al lavoratore licenziato per motivi economici (crisi d’azienda, ristrutturazioni etc.), il reintegro nel caso in cui il licenziamento risulti ingiustificato e dunque l’azienda sia alla fine nelle condizioni di poter pagare lo stipendio al dipendente licenziato. Molto grave, visto che, in considerazione dell’imperante crisi, potrebbero non mancare imprenditori che dichiarino falsamente una condizione di crisi aziendale per liberarsi di dipendenti scomodi. L’opzione governativa è quella di un semplice indennizzo pari a 24 massimo 36 mensilità.

Quanto inoltre al licenziamento disciplinare, attorno al quale si è manifestata una minima apertura di Palazzo Chigi alle contropoposte della minoranza Pd, apprendiamo giusto oggi che potrebbe non esserci più reintegrazione per insufficienza di prove. Perché il licenziamento disciplinare venga equiparato a quello discriminatorio occorrerà che risulti pienamente dimostrato il carattere calunnioso della contestazione e che questa abbia per oggetto un reato grave. Altrimenti, la contestazione non pienamente confermata dall’istruttoria giudiziale potrà portare soltanto alla condanna dell’impresa a un indennizzo, come accadrà per tutti i licenziamenti di natura economica od organizzativa non approvati dal giudice.

La cornice dell’intervento è contenuta nel ddl delega, con la cancellazione della tutela reale (reintegrazione) per i licenziamenti economici e organizzativi, il mantenimento del reintegro per quelli nulli e discriminatori e per «specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato».

Su quest’ultimo punto, l’obiettivo dell’Esecutivo è ridurre drasticamente la discrezionalità dei giudici. Facciamo un esempio, su uno dei casi concreti pubblicati sul sito del giuslavorista Pietro Ichino. Un impiegato di banca lascia il proprio badge sul suo terminale, consentendo così a dei truffatori di acquisire il tabulato pieno di dati riservatissimi sui conti correnti dei clienti. Viene licenziato dall’istituto. Il giudice lo reintegra perché ritiene dimostrata la negligenza grave, ma non pienamente dimostrato il dolo, cioè la connivenza volontaria con i truffatori.

La nuova normativa sui disciplinari, nelle intenzioni dei tecnici di palazzo Chigi, dovrebbe cancellare la reintegra in queste ipotesi, perché la regola generale sarà l’indennizzo, e non la reintegrazione; e questa regola si applicherà sia nel caso di insufficienza di prove circa la colpa grave, sia nel caso in cui una qualche colpa del lavoratore verrà accertata, ancorché non ritenuta dal giudice sufficiente per giustificare il licenziamento. In questo senso, l’intendimento dell’Esecutivo sarà quello di individuare fattispecie che delimitano i casi in cui la contestazione rivolta al lavoratore è molto grave, come il caso del reato perseguibile d’ufficio, e sia pienamente provato il suo carattere calunnioso, che la rende equiparabile alla discriminazione ai danni del lavoratore: solo in questo caso scatterà la reintegra.

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