PERCHE’ PAPA FRANCESCO NON E’ UN PAPA COMUNISTA

Si sono affrettati a chiamarlo “il papa comunista” il nostro papa Francesco, non da ora ma certamente di più dopo la recente pubblicazione della sua lettera enciclica “Laudato si’”, nella quale affronta in prevalenza temi correlati all’ambiente ed all’ecologia. Le definizioni sono facili ma spesso fuorvianti, oltre che psicologicamente necessarie per quell’immaginario collettivo alla disperata ricerca di punti di riferimento, soprattutto nella sinistra italiana.

Sicuramente papa Bergoglio si distingue dai suoi predecessori per contenuti e modalità di comunicazione, ma è ben difficile poter pensare a lui, tecnicamente, come ad un vero “comunista”.  Lo si evince anche e soprattutto dalla lettura della sua enciclica, che pure contiene spunti e considerazioni ampiamente condivisibili, con riguardo in particolare al dissennato sfruttamento dell’ambiente ed alla necessità di un rapporto nuovo tra uomo e risorse naturali.

Il papa chiama il creato casa comune, ispirandosi agli insegnamenti di San Francesco d’Assisi, casa che va protetta con “la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare”. Il papa dunque, pur lanciando il proprio avvertimento all’umanità ed ai governanti del pianeta sulle conseguenze funeste dello sfruttamento dissennato delle risorse (con annesso rischio di non ritorno per via dei cambiamenti profondi dell’ecosistema indotti dall’uomo, in primis i cambiamenti climatici) non manca tuttavia di manifestare il proprio ottimismo circa una possibile inversione di rotta, iniziata a dire il vero anche con qualche efficacia dal movimento ecologista mondiale, cui il pontefice sembra strizzare l’occhio in più punti della sua enciclica.

Possiamo dire, correggendo il tiro di chi definisce Mario Bergoglio un papa comunista, che papa Francesco aspira più ad essere un ambientalista, non certo però di quelli che si ispirano ai principi dell’ecosocialismo. Sembrerebbe proprio, leggendo il documento papale, che il gesuita voglia ergersi quasi a leader internazionale del movimento ecologista, raccogliendo i risultati delle lotte e facendo proprie anche le“conquiste” della scienza e della tecnica che possano suggerirci la via verso un rapporto più equilibrato tra l’uomo e gli altri inquilini della casa comune. In diversi punti dell’enciclica il papa fa riferimento, tra l’altro,alle fonti rinnovabili ed allo stoccaggio sostenibile dei rifiuti, puntando sul maggior ricorso alla raccolta differenziata ed alla possibile utilizzazione dei rifiuti come fonti di produzione di energia pulita. Secondo Francesco vige ancora prepotente in molte società la c.d. cultura dello scarto, che da un lato ispira i comportamenti di aziende a trattare come scarti, appunto, le risorse naturali non essenziali ai processi produttivi ed a trasformarle così in rifiuti, come anche gli uomini che ve ne sono fuori ovvero ai margini.

Insomma non mancano gli spunti interessanti attraverso i quali il Sommo Pontefice colpisce i modelli produttivi e di relazione contemporanei, dominati appunti dalla cultura dello scarto, che potrebbe, ma solo in modesta misura, ricordare l’elaborazione marxiana ed anche quella freudiana, pur nelle loro immancabili differenze, dell’alienazione. Come vedremo avanti, tuttavia, se gli assunti di partenza possono avere degli elementi in comune, a divergere sono ancora una volta le soluzioni proposte.

L’acqua come bene comune

Una battaglia importante che papa Bergoglio mostra di voler combattere è quella sull’acqua, che lo colloca dunque in una posizione di prossimità con i vari movimenti che anche in Italia si sono battuti per la natura pubblica dell’acqua intesa come bene comune, da fornire preferibilmente a titolo gratuito.

“28.L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è in­dispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici… La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine … La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.

29.Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale,fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità.”

Proprietà, iniziativa economica e lavoratori

Nell’enciclica il papa conferma quanto già asserito dalla dottrina sociale della Chiesa in merito alla proprietà, che può essere pubblica o privata, in ogni caso deve esprimere un’utilità sociale. Nulla di nuovo rispetto a quanto dice la Costituzione della Repubblica Italiana, con riferimento rispettivamente alla proprietà privata ed all’iniziativa economica (che è libera, secondo l’art. 42 Cost.). A sostegno di tale utilità o funzione sociale, si ribadisce il concetto che ricchi e poveri pari sono, nel senso che hanno uguale dignità, nonostante il differente stato economico. Quello che in economia continua a fare di papa Francesco al più un buon democratico e progressista, sta nel non rompere con il modello capitalista e nell’accettare implicitamente – questo almeno ci sembra di leggere – l’esistenza di persone povere, nei cui confronti vanno effettuati certamente sforzi di natura perequativa, per assicurare a tutti una retribuzione dignitosa (art. 36 Cost.) e la necessaria assistenza materiale. Questo però non risolve il problema alla radice, e cioè che i poveri, quando ci sono, ed in quanto contrapposti ai “ricchi”, sono conseguenza di un sistema capitalista ed iniquo.

“129. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica. L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune”.

Il papa sostiene che le attività economiche in generale e quella finanziaria in particolare, non possano e non debbano soggiacere alle sole leggi del mercato e dunque del profitto, ma che debbano invece essere regolamentate in modo tale da non nuocere all’ambiente umano e naturale ed ai lavoratori. Nell’enciclica non si condanna l’attività bancaria tout court né l’”attività finanziaria speculativa”, pur riconoscendo che il salvataggio delle banche in questi anni di crisi economico-finanziaria è stato ingiustamente sostenuto dai popoli. Il pontefice dice che “a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengano più grandi risorse e potere finanziario”, che significa che il fatto che vi siano detentori di grandi risorse e potere finanziario, dunque capitalisti che agiscono secondo la legge del profitto, è in rerum natura e non è dunque condannato o avversato dalla dottrina sociale della Chiesa. Le disparità economiche, anche grosse,possono dunque starci e sono anzi tollerate dalla Chiesa, tanto che ricchi e poveri potrebbero anche coesistere, a meno che non si adottino le necessarie misure soprattutto di legge perché tali disparità non siano tali da far vivere in povertà e dunque senza dignità milioni e milioni di lavoratori e pensionati.

Da quanto detto emerge dunque come papa Francesco non possa affatto considerarsi comunista, in quanto non viene espressa alcuna presa di posizione sulla proprietà e l’utilizzo dei mezzi di produzione né viene proposta la soluzione della socializzazione e della collettivizzazione dei mezzi di produzione, che sono strumenti tipici di un’economia socialista. Il papa non abbraccia dunque un modello economico fondato sulla centralità del lavoratore inteso allo stesso tempo come produttore e proprietario, assieme ai suoi compagni, del luogo di lavoro e dell’economia, e sulla sostanziale parità salariale, tutte conquiste del marxismo e del pensiero socialista. L’idea sembrerebbe quella invece di una possibile riforma del sistema capitalistico dall’interno, al fine di attenuarne e controllarne le manifestazioni più marcatamente insopportabili, che dunque ci fa propendere per il definire Francesco un papa democratico e progressista, ma non comunista.

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