DIRITTO DEL LAVORO: COSA SI CELA REALMENTE DIETRO IL CONTRATTO DI LAVORO A TUTELE CRESCENTI.

tempi_moderni
Sabato 13 dicembre l’Università del Salento ha ospitato a Lecce il convegno “Il diritto del lavoro al tempo del Jobs Act”. All’evento hanno partecipato come relatori docenti del settore giuslavoristico: in particolare il prof. Valerio Speziale dell’Università di Pescara ha illustrato le novità introdotte dalla legge n. 78/2014 in materia di contratto a termine, apprendistato e somministrazione.
Forse non è un semplice caso che il primo pilastro della riforma del mercato del lavoro sia stato proprio l’aver voluto offrire una disciplina compiuta alle forme più in voga di “lavoro precario”. Il “legislatore”, ancor più nel caso del Jobs Act, non è un’entità astratta, ma è in realtà espressione di un blocco sociale e politico ben definito. La legge n. 78, nata apparentemente per delimitare l’esercizio dell’arbitrio del datore di lavoro nel ricorrere a forme di lavoro non “fisso”, in verità non fa altro che prevedere l’esatto contrario. Vediamo per quali motivi.
Nel caso dei contratti a termine, che la previgente disciplina, quella che esprimeva un favor per il contratto di lavoro a tempo indeterminato, circoscriveva a situazioni eccezionali e determinate, e scaturenti da comprovate esigenze tecniche, organizzative, produttive o sostitutive, che la parte datoriale aveva l’obbligo di esplicitare, la riforma introdotta dalla legge Poletti non solo consente l’acasualità, ma stabilisce che gli assunti con contratti a termine non possono superare il 20% della forza lavoro aziendale. Dal limite del 20% restano esclusi – per l’utilizzatore – i contratti di somministrazione. Sono inoltre esonerati dal limite massimo del 20% i ricercatori e il personale tecnico assunti con contratto a termine dagli istituti pubblici o privati di ricerca scientifica. Inoltre il limite del 20 percento può essere elevato dalla contrattazione collettiva (di categoria ed integrativa aziendale).
Con l’acausalità viene dunque eliminato l’obbligo di inserire nel contratto la motivazione per cui l’azienda ricorre a un contratto a tempo determinato, specificando cioè le ragioni tecniche, organizzative, produttive o sostitutive che rendono legittima l’apposizione di un termine al contratto del suo dipendente. Il contratto a termine può durare massimo 36 mesi, con un limite di cinque proroghe in quel medesimo arco di tempo.
Il datore di lavoro può violare la percentuale del 20%, o quella del caso più elevata prevista dalla contrattazione collettiva, soggiacendo in tal caso a sanzioni pecuniarie amministrative tra il 20 ed il 50 percento della retribuzione corrisposta al/ai lavoratore/i “fuori quota”. La soluzione dei “fuori quota” potrebbe risultare anche economicamente favorevole se si considera che la retribuzione media dei lavoratori precari è inferiore normalmente di almeno il 30-40% rispetto a quella dei lavoratori a tempo indeterminato e che, in funzione anche della minore retribuzione, minori sono spesso gli oneri ricadenti sul datore di lavoro.
Sugli apprendistati, invece, l’intervento principale è sulla quota di rapporti che le aziende devono trasformare in assunzioni prima di poter procedere con nuovi apprendistati. La quota del 20 percento resta solo per le aziende con più di 50 dipendenti, che per la Cgia di Mestre sono appena lo 0,5 per cento delle aziende italiane, mentre prima il vincolo riguardava già quelle con 30 dipendenti.
Quanto esposto attesta come alla fine l’obbligo o quasi obbligo di assumere con contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, almeno di questo fa propaganda il governo, possa essere facilmente bypassato dal datore di lavoro. E’ tutto da dimostrare che il contratto a tempo indeterminato sarà il contratto tipo e che sarà più vantaggioso o meno oneroso economicamente per il datore di lavoro. Le tutele crescenti, per i giovani neoassunti, saranno ben poche, a causa della sostanziale abrogazione dell’art. 18 e della forte limitazione del sindacato del giudice e del suo potere di reintegra del lavoratore ingiustamente licenziato. Non sembra errato pensare che, in realtà, ciò cui punta il governo non è l’estensione delle tutele ad un’ampia platea di lavoratori, bensì la crescente precarizzazione del lavoro giovanile. Insomma, flessibilità con ben poca sicurezza (“flessicurezza”), anche perché l’Italia sembra avere poche risorse da destinare all’assistenza ed al Welfare.
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