LA CORTE DEI CONTI EVIDENZIA PROBLEMI DI TRASPARENZA SULLA DESTINAZIONE DEL 5 PER MILLE. DIVERSE LE ONLUS NON “SOCIALMENTE UTILI”.

justice is served

Da alcuni anni possiamo destinare una piccola parte del nostro gettito fiscale per una buona causa.Infatti, le varie leggi di stabilità annuali prevedono la possibilità per il contribuente di destinare una quota pari al cinque per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ad associazioni non lucrative (onlus).

Tale scelta non determina maggiori imposte da pagare ma è solo un’indicazione allo Stato di come destinare il 5 per mille delle nostre imposte. Tuttavia le cose non sono così semplici e trasparenti.

La Corte dei conti ha provato a fare un po’ di chiarezza con la deliberazione Corte dei conti, Sezione centrale di controllo amministrazioni Stato, (I, II Collegio e Collegio controllo entrate), 31 ottobre 2014, n. 14/2014/G, che ha individuato troppi beneficiari, alcuni dei quali “inutili”, e una gestione opaca delle risorse destinate dai cittadini. Nel 2012 i beneficiari erano oltre 50mila, troppi secondo la Corte dei Conti, secondo la quale “s’impone una più rigorosa selezione, al fine di non disperdere risorse per fini impropri” per evitare “la frammentazione e la dispersione delle risorse. Molte organizzazioni, pur non avendo finalità di lucro, non producono alcun tipo di valore sociale, rivolgendosi esclusivamente ai soci o iscritti, senza rispondere a criteri di misurabilità dell’utilità sociale.

Numerose le altre criticità emerse nella delibera, tra cui la mancata pubblicità di un unico elenco (da pubblicare in Rete) degli enti beneficiari, degli importi ricevuti e del numero dei contribuenti che hanno destinato il 5 per mille. Viene inoltre sottolineato come le risorse per la tutela dei beni culturali paesaggistici, anziché verso enti di diritto pubblico, la cui partecipazione viene preclusa, vengano “dirottate su enti privati spesso non specializzati nel campo del restauro e della conservazione, che sviluppano, peraltro, spesso, progetti assai discutibili e, pertanto, poco interessanti per i contribuenti“.

Quel 20% di versamenti che prendono altre strade. Dalla tabella pubblicata nel documento (pagina 29) emerge che a partire dal 2009 risultano discrepanze tra l’importo attribuito dai contribuenti (quanto destinato al 5 per mille dai cittadini) e l’importo liquidabile (quanto effettivamente destinato alle attività indicate dai contribuenti). Una forbice che è andata via via aumentando tra il 2009 e il 2011 e che ammonta, complessivamente, a quasi 200 milioni di euro. Proprio nel 2011 la discrepanza maggiore, a fronte di 487 milioni destinati dai contribuenti, ne sono stati liquidati meno di 400. Un 20% in meno, già riscontrato nel dato del 2010. Importi ridotti “a causa della rimodulazione dovuta alle limitate disponibilità finanziarie”.

Netto il giudizio in merito della Corte dei Conti: “Al fine di garantire la piena esecuzione della volontà e della libera scelta dei contribuenti, andrebbe eliminato il tetto di spesa, in maniera tale che l’attribuzione del 5 per mille dell’Irpef non si traduca in una percentuale, di fatto, minore. Se, per motivi di bilancio, ciò non fosse possibile, al tetto sarebbe, comunque, preferibile una riduzione della percentuale attribuibile. Infatti, risulta grave che il patto tra Stato e cittadini venga sistematicamente violato, analogamente a quanto accade per la quota dell’8 per mille di competenza statale, che, sempre per motivi di bilancio, viene, spesso, dirottato su altre finalità rispetto a quelle stabilite dai contribuenti”.  

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