GIAPPONE BOCCIATO DA MOODY’S, MA TIRA DRITTO CON LA POLITICA MONETARIA ESPANSIVA. CONFERMATO IL RINVIO DELL’AUMENTO DELL’IVA.

shinzo abe

L’agenzia Moody’s Investors Service ha tagliato il rating del Giappone di un gradino, da Aa3 a A1 (con outlook stabile). La motivazione della decisione fa riferimento alle maggiori incertezze sulle capacità del Giappone a far fronte ai suoi piani a lungo termine per la riduzione di un indebitamento pubblico che è il più alto – rispetto al Pil – tra i Paesi dell’Ocse. Inoltre l’agenzia sottolinea un altro capitolo di incertezza, quella su “tempi ed efficacia delle politiche per la crescita, su uno sfondo di pressioni deflazionistiche (persistenti)”: la “terza freccia” dell’Abenomics (le riforme sistemiche) appare “non chiara”.

Secondo  Moody’s vi sarebbe un “aumentato rischio di rialzo dei tassi sui bond pubblici e di ridotta sostenibilità del debito sul medio termine”. L’agenzia di rating riconosce  comunque che “almeno sul breve termine, la riduzione del deficit (con il rialzo dell’Iva dal 5 all’8% dell’aprile scorso) sta minando l’obiettivo di rivitalizzazione della crescita prevista dalla strategia di politica economica del premier”.
In ogni caso il taglio varato da Moody’s si può definire come il “downgrading dell’Abenomics”, tanto più che è connesso a quello che lo stesso Abe ha definito “lo scioglimento (della Camera Bassa) dell’Abenomics”: il premier ha convocato elezioni anticipate per il 14 dicembre come una sorta di referendum sulla sua decisione di posticipare di un anno e mezzo il previsto secondo rialzo dell’Iva al 10% (dopo quello di aprile all’8%, accreditato da molti come responsabile della caduta in recessione dell’economia). Abe ha assicurato che il rialzo al 10% avverrà “senza dubbio” il primo aprile 2017 (e non, come originariamente previsto, il 1 ottobre 2015) in quanto sarà rimossa la clausola condizionale di verifica delle condizioni effettive dell’economia che era stata inclusa nel piano  del 2012 finalizzato a consentire il raggiungimento di un avanzo primario nell’anno fiscale 2010 (esclusi gli interessi sul debito). Il premier ha dichiarato che questo obiettivo di consolidamento fiscale non è cambiato, ma Moody’s non l’ha preso in parola, pur riconoscendo che il rinvio del rialzo Iva al 10% potrebbe avere meriti. La coalizione di governo capeggiata da Shinzo Abe sta inoltre promettendo agli elettori che per alcuni generi di prima necessità l’Iva resterà all’8% anche dopo il 2017. Se si considera poi che Abe promette di tagliare dal 35% a sotto il 30% la corporate tax e che la banca centrale giapponese si è imbarcata in una politica monetaria sempre più iperespansiva (che per alcuni analisti straborda pericolosamente in un principio di monetizzazione del debito pubblico), la decisione di Moody’s non può stupire più di tanto. Almeno nel senso che l’avanzo primario nel 2020 appare davvero quasi irraggiungibile, nel quadro di una evidente diluizione degli impegni formali di risanamento delle finanze pubbliche, e il rischio di futuri rialzi dei tassi è aumentato con le mosse spericolate della Banca del Giappone.

Il rinvio del governo uscente dell’aumento delle imposte indirette ha trovato il consenso anche del premio Nobel per l’economia Paul Krugman, uno dei più convinti ed entusiasti sostenitori dell’Abenomics. Lo schieramento favorevole all’aumento – sostiene Krugman – delle tasse teme che se il Giappone non lo facesse i suoi conti pubblici perderebbero credibilità, con danni immediati per l’economia: hanno paura dell’attacco dei mercati finanziari.

” La Banca del Giappone – controbatte l’economista nordamericano – controlla i tassi di interesse a breve termine; i tassi a lungo termine in generale rispecchiano le aspettative sui tassi a breve. Sì, gli investitori potrebbero spingere in basso lo yen, ma questa sarebbe una cosa positiva per il Giappone. Posen ha detto che il mercato azionario potrebbe precipitare, ma non vedo perché, se i tassi di interesse rimangono bassi e le aziende diventano più competitive grazie all’indebolimento dello yen (…) A me sembra che il Giappone dovrebbe preoccuparsi seriamente del rischio di perdere slancio nella sua lotta contro la deflazione. Supponiamo che un secondo aumento delle tasse provochi un altro calo del Pil reale, come prevedo che succederà. Quante probabilità ci sono che dopo la Banca del Giappone possa di nuovo dire: «Fidatevi di noi: porteremo davvero l’inflazione al 2% entro due anni», ed essere creduta? Arrestare la spinta attuale provocherebbe una perdita di credibilità fatale nella lotta alla deflazione. E arrecherebbe danni ai conti pubblici”.

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