ED ALLA FINE TOCCO’ ANCHE A MATTEO RENZI FARE I COMPITI A CASA.

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Il mandato governativo di Matteo Renzi iniziò, meno di un anno fa, con una serie di proclami non poco aggressivi all’indirizzo della Commissione Ue, all’epoca guidata dal portoghese Josè Manuel Barroso. Renzi diceva che l’Italia non avrebbe fatto da cameriera alle istituzioni europee e che si sarebbe battuto affinché il nostro Paese, con la nuova politica economica che sarebbe stata varata dall’esecutivo, abbandonasse l’austerità imposta dalla troyka e dalle assurde regole di bilancio europee.

Il premier disse, nei primi giorni successivi all’investitura, che – forte anche della presenza autorevole del Pd nel Psed e dell’ormai prossimo semestre europeo a conduzione italiana – avrebbe sovvertito le regole in apparenza vacillanti, dell’austerity in salsa europea. In effetti, Renzi si diceva in un primo momento tentato a sforare, se necessario, il rapporto del 3% deficit/Pil previsto dal fiscal compact, per sostenere crescita ed investimenti. Tale proposito fu abbandonato piuttosto repentinamente, tanto che l’impegno di Renzi e del suo governo fu quello di esentare dal calcolo del debito pubblico, gli investimenti per sviluppo e ricerca e comunque per la crescita, con particolare riferimento ai cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali e di coesione della Ue, in costante crescita negli ultimi anni.

Alla fine, ed è notizia praticamente degli ultimi giorni, l’Italia ha rischiato, e forse rischia ancora, una procedura d’infrazione per eccesso di deficit: la Legge di Stabilità presentata rischia infatti di vedere crescere, causa anche una congiuntura economica nazionale sempre più sfavorevole e per l’aumento crescente del debito pubblico, il famoso rapporto deficit/Pil dal 2,6% sino anche al 3%. La spending review è stata sommaria e parziale rispetto a quella congegnata dal dimissionario commissario Cottarelli, i tagli alle Regioni ed agli altri enti locali piuttosto sostenuti, tali da mettere in ulteriore difficoltà la gestione della sanità pubblica. Alla fine, pur consentendo il rinvio del pareggio di bilancio – altro obiettivo posto dal fiscal compact e soprattutto dall’art. 81 della Costituzione, come novellato dal governo Monti – sino almeno al 2016, la Commissione Ue ha chiesto all’Italia delle rettifiche, dei compiti a casa, appunto, per far rientrare nei ranghi i nostri conti.

Pier Carlo Padoan ha inviato alla Commissione Ue, come noto, una lettera nella quale indica rettifiche per 4,5 miliardi di euro: 3,3 miliardi presi dal fondo per la riduzione delle tasse; 0,5 miliardi dai fondi per i cofinanziamenti Ue; 0,73 miliardi da un’estensione del regime del reverse charge Iva. In massima parte, dunque, questi 4,5 miliardi di euro sono fondi sottratti alla crescita. In questi giorni, peraltro, è in corso un braccio di ferro tra Regioni e Stato centrale in merito a 3,5 miliardi di finanziamenti nazionali in aggiunta a quelli europei. Secondo il governo questi fondi sarebbero semplicemente congelati, in attesa di essere utilizzati solo allorquando le Regioni interessate portassero a definitivo compimento i programmi assistiti. Le Regioni invece, temono che tali fondi siano persi per sempre. Dal governo hanno lasciato intendere che d’ora innanzi i cofinanziamenti statali arriveranno solo alle regioni meritevoli e che sappiano sfruttare efficacemente e nei tempi gli strumenti finanziari comunitari.

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