CRISI NELL’EUROZONA: PROPOSTE DI SOLUZIONE FINANZIARIE E FISCALI.

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Contro la crisi dell’Eurozona, indebolita nei fondamentali dalla decrescita del Pil e dallo spauracchio della deflazione – che per l’Italia è già dura realtà – la Bce si sta dando un gran da fare, a partire dal famoso board del 5 giugno scorso, nel corso del quale sono state deliberate alcune importanti misure “non convenzionali” di stimolo per l’economia e di lotta alla deflazione. In quell’occasione Francoforte varò misure come i Tltro (Targeted Longer – Term Refinancing Operations), oltre a prevedere operazioni d acquisto di Abs (Asset Backed Securities), strumenti finanziari strutturati aventi come sottostante finanziamenti concessi a controparti di elevato standing (imprese e famiglie) dalle banche dell’Eurosistema. Si tratta in sostanza di operazioni di cartolarizzazione di crediti ceduti pro soluto dalle banche: una banca cede ad una società veicolo (Spv) dei crediti pro soluto, avendone in cambio un immediato guadagno (anche se inferiore al valore nominale e generalmente proporzionato alla consistenza dei c.d.dubbi esiti) da iscrivere in bilancio ben prima della scadenza naturale dei crediti. Nel contempo la Spv emette dei titoli, sostanzialmente obbligazioni, da collocare presso investitori istituzionali. I titoli così congegnati riconoscono ai possessori interessi coincidenti con la scadenza delle rate dei finanziamenti sottostanti. Se il debitore ceduto non paga la rata, vien meno il corrispondente flusso cedolare.

In tal caso dovrebbe essere proprio la Bce – primus inter pares tra gli istituzionali, ad acquistare tali titoli, liberando dunque risorse proprio in favore del sistema bancario. Una soluzione di questo tipo sarebbe di sicuro vantaggio per il sistema bancario. Secondo alcune previsioni, attraverso lo strumento delle cartolarizzazioni destinate alla banca centrale, si potrebbe creare liquidità fino a 400 miliardi di euro, a patto che si crei però un vero e proprio mercato degli Abs. Le recentissime dichiarazioni di Mario Draghi, che hanno aperto al credit easing , vale a dire all’acquisto di assets bancari , attendono infatti le necessarie disposizioni di attuazione. Il varo del credit easing ha consentito ai mercati dell’Eurozona di crescere non poco nei volumi scambiati, abbattendo considerevolmente anche lo spread con i Bund tedeschi di Btp italiani, scesi venerdì 5 settembre a 132 punti base e Bonos spagnoli (114). Diventa dunque sempre più conveniente acquistare titoli di Stato, per i privati, ovviamente, ma anche per l’Eurotower, che non esclude l’acquisto di titoli di Stato per immettere ulteriori liquidità nei mercati finanziari. Non mancano tuttavia, da destra come da sinistra, critiche e perplessità all’acquisto di Abs che, in caso di default dei debitori ceduti, comporterebbe conseguenze negative per la banca centrale e per i contribuenti europei. La Germania è fortemente contraria all’operazione: Mario Draghi ha scaricato Buba ed i suoi rappresentanti in seno al board della Bce; i tedeschi temono di dover saldare il conto dei traballanti Paesi mediterranei (Italia in testa), parlando anche di “socializzazione delle perdite”. Juergen Stark, ex economista della BCE, dimessosi nel 2011 per la sua contrarietà al piano di acquisto dei bond sovrani da parte dell’allora governatore Jean-Claude Trichet, ha affermato che di questo passo, la BCE si trasformerà in una “bad bank”, lasciando trasparire in sostanza il timore molto diffuso in Germania che l’acquisto di titoli di stato del Sud Europa, così come anche di mutui cartolarizzati (Abs) mettano a repentaglio il bilancio di Francoforte, ossia il denaro dei contribuenti europei, tedeschi inclusi.

Quanto ai Tltro, prestiti di denaro alle banche con vincolo di destinazione all’economia reale, si è già detto altrove che costituiscono una misura un po’ tardiva – essendo stata adottata a crisi già ampiamente sperimentata (iniziata ufficialmente nel 2008) – ed in misura contenuta rispetto alle esigenze dell’economia: ogni singola banca dell’Eurozona non può chiedere più del 7% dell’ammontare della massa di impieghi concessi al 30 aprile 2014, al netto di mutui ipotecari e prestiti ad istituzioni finanziarie. Alle banche Italiane (inclusa Cdp) dovrebbero andare nella prima fase 75 miliardi di euro, mentre la parte da leone la farà la Germania con 95 miliardi. Secondo quanto previsto dai banchieri centrali, i Tltro concedibili potranno arrivare anche a 1.000 miliardi. Come detto vi è un vincolo di destinazione, in quanto le banche che riceveranno questo tipo di finanziamenti non potranno utilizzarli per l’acquisto di titoli di Stato o strumenti finanziari, altrimenti dovranno restituirli nel settembre 2016. Anche qui ci sono gli scettici, che fanno notare come le banche finanziate potranno scegliere di fare credito solo a soggetti dotati di elevato rating e che i tempi per la restituzione, in caso di utilizzo distorto dei fondi, sono piuttosto lunghi, il che lascia intendere che alcune banche potrebbero essere tentate dalla disponibilità ad ottimo mercato di danaro per abbellire i bilanci con operazioni di consolidamento del patrimonio netto, anche in vista dei prossimi stress test, per esempio con l’acquisto di bond governativi. Più proficuo, anche per il rilancio dell’economia dell’Eurozona, sarebbe un ruolo diverso della Bce, quale prestatore di ultima istanza a favore degli Stati membri, e quale emittente di moneta, ruoli stranamente non previsto dal suo statuto. In questo modo la banca centrale potrebbe controllare con maggiore efficacia la consistenza della massa monetaria e tenere più alta l’asticella di quella inflazione positiva per l’economia corrente, che la Bce vede al di sotto del 2%, mentre Fmi ed alcuni economisti (come il premio Nobel Paul Krugman, ad esempio) attesta tra il 4 ed il 5%. Con una Bce che presta il danaro direttamente agli Stati vi sarebbero indubbi vantaggi sia per gli Stati che per imprese e cittadini: gli Stati si indebiterebbero meno dovendo corrispondere interessi di gran lunga più bassi rispetto a quelli praticati oggi dalle banche, che allo stato prendono in prestito danaro dalla Bce allo 0,25% per prestarlo fino al 5-6% agli Stati sovrani; inoltre la Bce, oltre che alle banche, potrebbe prestare danaro agli Stati affinchè gli stessi li investano nell’economia reale, anche a vantaggio di soggetti non proprio bancabili, secondo i rigidi criteri di Basilea, come pure a giovani start up, non sempre nelle condizioni di offrire le garanzie personali e/o reali richieste dal sistema bancario per accedere a finanziamenti spesso necessari per l’avvio dell’attività. Gli Stati sarebbero liberi poi di utilizzare, in rapporto ai propri impegni di bilancio, anche parte del denaro ricevuto per prestiti a fondo perduto, incrementando in questo modo il plafond rappresentato dai fondi strutturali e di coesione. Tali cofinanziamenti Bce-nazioni non andrebbero computati nel deficit inteso secondo il Fiscal Compact .

Ma l’economia si aiuta anche con una fiscalità adeguata. Lo scorso 3 settembre Panorama ha pubblicato un’intervista ad Alvin Rabuschka, l’economista che per primo ha proposto, assieme al collega Robert Hall, il modello fiscale noto come Flat Tax. La tassazione piatta, Flat Tax appunto, prevede l’applicazione di un’aliquota unica valida per tutti gli scaglioni di reddito. Generalmente viene applicata un’aliquota identica sia per le persone fisiche che per le imprese e le persone giuridiche. Nel 2005 Rabuschka e Hall proposero per l’Italia un’aliquota unica al 25%, con esenzione totale per i redditi inferiori ai 20.000 euro lordi. Oggi, a quasi dieci anni di distanza Rabuschka propone un’aliquota ancora più bassa, al 15%, e sempre identica per famiglie ed imprese. Secondo tale impostazione, oltre all’esenzione totale da imposte dirette per i redditi bassi (quelli sino ai 20mila euro lordi), andrebbe varata definitivamente la dichiarazione dei redditi congiunta dei coniugi per il quoziente famigliare. Tale teorema prevede comunque la conservazione delle imposte indirette vigenti, a partire dalle accise sino all’Iva, che si vorrebbe ridotta di qualche punto per stimolare la ripresa dei consumi. La flat tax, che rientra tra l’altro nel programma di Forza Italia nel paragrafo relativo alla riforma del sistema fiscale , viene vista come uno strumento quasi infallibile di contrasto ad elusione ed evasione fiscale: i sostenitori della “tassa piatta” ritengono che un’imposizione fiscale diretta modesta eviti alle imprese di sprecare tempo nella ricerca di stratagemmi per non pagare tasse o per pagare meno tasse, semmai anche localizzando in paradisi fiscali lo stabilimento ovvero a strumenti quali la c.d. esterovestizione. Ma non è detto che questo avvenga. La pressione fiscale per le imprese in Italia si aggira ormai intorno al 60% rispetto agli utili prodotti. Una pressione elevatissima , se rapportata alla media europea ed anche a Paesi come Usa e Canada. Per le famiglie non produttrici (dipendenti e pensionati) la pressione fiscale è sempre alta, scaglionata secondo i redditi. In Italia vige il principio della progressività dell’imposizione fiscale: più guadagni più paghi . Tale principio, che in Italia è di rango costituzionale, è contraddetto da Rabuschka e Hall, che propongono invece l’aliquota bassa ed unica per ogni reddito. Dall’applicazione della flat tax a guadagnarci sono soprattutto i redditi bassi (quelli sino a 20.000 euro lordi), che vanno completamente esenti da imposizione diretta, ed i redditi alti, purché siamo regolarmente dichiarati. Panorama ha realizzato una simulazione:

  1. reddito lordo 20.000 euro : con il sistema attuale r. netto € 17.040, con una flat tax al 15% € 20.000 (differenza + 2.960 euro);

  2. reddito lordo 40.000 euro: con il sistema attuale r. netto € 30.320, con una flat tax al 15% € 37.000 (differenza + 6.680 euro);

  3. reddito lordo 80.000 euro: con il sistema attuale r. netto €48.880, con una flat tax al 15% € 71.000 (differenza + 22.120 euro);

  4. reddito lordo 100.000 euro: con il sistema attuale r. netto € 65.670, con una flat tax al 15% € 88.000 (differenza + 22.330);

  5. reddito lordo 200.000 euro: con il sistema attuale r. netto €122.670, con una flat tax al 15% € 173.000 (differenza + 50.330).

Un sistema di questo tipo, in apparenza equo, in realtà comporta una riduzione anche consistente della base disponibile per lo Stato. La flat tax avvantaggia alla fine i più ricchi e non assicura una lotta efficace all’evasione fiscale. Più coerente è invece il sistema progressivo, che impone ai più abbienti un maggior contributo alle casse dello Stato. In sostanza, la progressività nell’imposizione fiscale assicura maggiore equità e solidarietà . Non dimentichiamo che gli Stati che hanno adottato il sistema della tassazione piatta sono sinora una quarantina, molti peraltro offshore, anche se c’è pure la Russia (aliquota al 13%), la Polonia con tre diverse aliquote ed altri Paesi non offshore. Il punto è che almeno nella Ue si dovrebbe instaurare una politica fiscale unica ed unitaria ed uniformare in tutti gli Stati membri le aliquote. Sarebbe un primo significativo passo.

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