QUANTITATIVE EASING EUROPEO? PIU’ FACILE A DIRSI CHE A FARSI.

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L’andamento fortemente positivo dei titoli di Stato, non solo italiani, di questi giorni, in uno al tutto esaurito per il collocamento di 3 miliardi di Ctz ai minimi storici è indice del fatto che i mercati stanno scommettendo con forza sul quantitative easing europeo. Dunque Mario Draghi dovrebbe a breve, se solo potesse far seguito alle dichiarazioni di Jackson Hole, annunciare ai mercati l’adozione di quelle misure di stimolo non convenzionali di cui si è tanto parlato in questi giorni.

Con lo scatto di ieri, infatti, i mercati sono entrati, secondo molti operatori, nel «qe mood». Ovvero si aspettano che la Bce vari quanto prima ulteriori misure di stimolo all’economia rispetto a quelle già annunciate a giugno (taglio dei tassi, Tltro, programma di acquisto di Abs). I mercati si aspettano in sostanza un “quantitative easing in salsa europea”.Non a caso, i tassi dei titoli di Stato dell’Eurozona stanno toccando nuovi record: il BTp a 10 anni è scivolato per la prima volta nella storia al 2,40%, divenendo meno “rischioso” dei titoli britannici e avvicinandosi al rendimento dei titoli americani. La pioggia di acquisti non riguarda solo l’Italia ma anche Francia (OaT all’1,3%), Spagna (Bonos al 2,2%), Portogallo (3%). Ma coinvolge oltre alla periferia dell’Eurozona anche il “centro”. I Bund tedeschi hanno toccato il minimo allo 0,92%, i rispettivi governativi olandesi e austriaci si sono attestati all’1,1%, mai così in basso.
È come se i mercati stessero anticipando un piano di acquisto di titoli di Stato dell’Eurozona della Bce, appunto il cosiddetto quantitative easing (con cui una banca centrale aumenta la base monetaria). Stessa misura che hanno adottato gli Stati Uniti (dal 2009), la Gran Bretagna (dal 2010) e il Giappone (dal 2012) riuscendo a scacciare i rispettivi pericoli di deflazione (clamoroso è l’esempio del Giappone che, dopo aver convissuto con una deflazione dello 0,3-0,4% dal 1998 al 2013, è passato ora a un tasso di inflazione dell’1,3% che il governatore della BoJ Kuroda punta a portare al 2% entro il 2015). Ma quanto descritto si è verificato in ambiti contraddistinti dall’operare di banche centrali libere da troppi condizionamenti politici e che hanno nel proprio statuto poteri ben più larghi di quelli dell’Eurotower. L’effettiva realizzazione di un piano di acquisto di titoli di Stato su larga scala da parte della Bce è dunque fortemente condizionata dall’esistenza di un comune sentire tra gli Stati dell’eurozona, che al momento pare proprio difficilmente realizzabile. Tali Paesi si sono mostrati finora profondamente divisi sulle ricette da attuare per uscire dalla spirale deflazionistica. Nel direttivo della Bce ci sono dei membri conservatori e votati all’austerity (Jens Weidmann governatore della Bundesbank, Erkki Liikanen governatore della Banca Centrale Finlandese, Klaas Knot numero uno di quella olandese e Ewald Nowotny di quella austriaca) che difficilmente potrebbero dare l’ok a un acquisto espansionistico di titoli di Stato dell’Eurozona, per quanto questo magari possa avvenire in proporzione al peso specifico dei differenti Paesi dell’area. Oltretutto, bisognerebbe superare i vincoli costituzionali di alcuni Paesi.
La Bce sarebbe invece un po’ più vicina invece ad implementare un credit easing, ovvero l’acquisto di titoli privati (Abs, cartolarizzazioni), come annunciato lo scorso 5 giugno quando ha anche tagliato il costo del denaro allo 0,15% e ha portato il tasso sui depositi (quello che la Bce paga alle banche che depositano le riserve a Francoforte) su livelli negativi (-0,1%). A patto che nel frattempo si crei un mercato di Abs e titoli privati, fortemente ridimensionatosi dopo la crisi.
Ma il movimento delle ultime ore sui titoli di Stato, così come le aspettative di molti operatori («i mercati stanno comprando l’idea di un qe» ha detto Jean-Francois Robin di Natixis), non riguarda il credit easing o il, peraltro già scontato, piano Tltro (prestiti agevolati a 4 anni alle banche europee in proporzione a quanto poi esse “girano” questi soldi all’economia reale) che parte a settembre.
I precedenti interventi della Bce, compresi quelli di acquisto dei bond governativi sul secondario, avevano immesse liquidità nei mercati che ha in qualche modo potuto alimentare anche bolle speculative e che solo in piccola parte ha raggiunto l’economia reale. Si è dunque realizzata quella che Keynes chiama “trappola della liquidità”, dalla quale si esce solo con una più adeguata vigilanza sul concreto utilizzo dei fondi da parte degli intermediari bancari e finanziari ma, soprattutto, con il finanziamento diretto agli Stati da parte della Bce, che il suo statuto ancora colpevolmente non contempla. Finanziamenti a sostegno della spesa pubblica ed in particolare degli investimenti per la produzione e creazione di nuovi posti di lavoro. A patto che, è ovvio, si superi il tremendo ostacolo del Fiscal Compact.

 

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