STRANO A DIRSI, MA TSIPRAS E ZINGALES SONO D’ACCORDO SU BCE E FISCAL COMPACT

Strano a dirsi ed ancor prima a pensarsi: Luigi Zingales, docente presso la University of Chicago School of Business, punta di diamante nel liberalismo (o liberismo) in economia ed editorialista de Il Sole 24 Ore, si trova d’accordo con Alexis Tsipras, leader di Syriza, il partito di sinistra radicale che è anche la forza politica più suffragata in Grecia, sul ruolo della Bce e (sui guai) del Fiscal Compact.
In un interessante editoriale pubblicato ieri, 20 agosto, dal quotidiano di Confindustria, dal titolo L’elicottero che Draghi non ha (e servirebbe), il prof, a proposito delle misure recentemente adottate dall’Eurotower in tema di sostegno alla crescita ed alla lotta alla deflazione, che prevedono, tra l’altro, fiumi di miliardi ad imprese e famiglie “meritevoli” (secondo i canoni del c.d. merito creditizio), intermediati dal canale bancario, ed in vista di possibili nuove iniziative in tema di quantitative easing (l’acquisto da parte di Bce di titoli di Stato e, del caso, di corporate bond di elevato standing), ha rilanciato la “rivendicazione” di una banca centrale ente di ultima istanza e finanziatore diretto degli Stati membri.
“Non passa giorno senza che un politico, un economista o un giornalista rivolga un appello alla Banca centrale europea perché faccia qualcosa per combattere la deflazione. Nonostante i richiami, la Bce ha offerto solo dichiarazioni di disponibilità ad agire. Alle parole, però, non sono seguiti i fatti, e la situazione si fa ogni giorno più insostenibile. Il motivo di cotanto ritardo è duplice. Da un lato la Bce non riconosce ancora di aver fallito nella sua missione di garantire la stabilità dei prezzi. Questo dovrebbe essere evidente: l’inflazione media europea negli ultimi 12 mesi è stata lo 0,38% e a luglio 10 dei 18 paesi dell’euro hanno fatto registrare una riduzione dei prezzi al consumo. Il Governing Council della Bce, però, ha definito la stabilità dei prezzi come «un aumento annuale dell’indice armonizzato dei prezzi dell’area euro inferiore al 2%».
Zingales, inoltre, non è convinto della bontà del quantitative easing, che pure in America ha funzionato. Anche i migliori economisti sono in disaccordo sul motivo per cui ha funzionato negli Usa e non sono convinti che funzionerebbe in Europa.

Il quantitative easing – spiega l’economista –non consiste nello stampare moneta, ma nell’acquisto di titoli da parte della Banca centrale in cambio di depositi presso la Banca centrale stessa (anche chiamati riserve). Si tratta di uno scambio tra titoli e riserve. Perché mai dovrebbe stimolare la domanda aggregata e l’inflazione? Un canale è attraverso l’effetto indiretto del quantitative easing sul deficit pubblico. Riducendo il costo del debito pubblico, il quantitative easing rende meno impellente il taglio della spesa pubblica. Un altro canale è attraverso le aspettative sui tassi futuri. Di fatto il quantitative easing è una garanzia che l’aumento dei tassi avverrà tra molto tempo. Questo favorisce la speculazione finanziaria, ma – si spera – anche gli investimenti reali. Il terzo canale è attraverso la svalutazione del cambio: riducendo i tassi sui titoli, il quantitative easing favorisce la svalutazione della moneta. Questi tre canali non funzionerebbero in Europa. L’abbassamento dei tassi nominali è già avvenuto. Difficilmente il quantitative easing potrebbe comprimerli ulteriormente. Come se non bastasse, il Fiscal Compact ha imposto piani di riduzione del deficit così aggressivi che qualsiasi effetto del quantitative easing sarebbe limitato o addirittura controproducente (perché ritarderebbe il momento in cui questi piani sono riconosciuti come insostenibili). Anche l’effetto del quantitative easing sulle aspettative future sarebbe limitato. Le aspettative sui tassi nominali futuri sono già molto basse e un po’ di quantitative easing non eliminerebbe lo spauracchio di una Bundesbank in agguato per alzare i tassi. Per finire, il quantitative easing non potrebbe avere un grosso effetto sul tasso di cambio dell’euro: i tassi nominali sui titoli in euro sono già molto bassi e difficilmente il quantitative easing produrrebbe una fuga dall’euro. i metodi per combattere la deflazione esistono, basta finanziare la spesa pubblica con moneta. Quello che manca è la volontà politica.
Purtroppo, però, la Bce è stata disegnata solo con lo scopo di prevenire l’inflazione: ci si è dimenticati del rischio di deflazione.
Per permettere alla Bce di combattere la deflazione c’è bisogno di una revisione del suo mandato, revisione che può essere decisa solo a livello politico. Basterebbe stabilire che quando l’inflazione europea scende al di sotto dell’1%, la Bce è autorizzata a finanziare delle spese dell’Unione. Non solo questo eviterebbe il pericolo della deflazione, ma permetterebbe al Parlamento europeo di assumere un po’ di potere.
Non tutta la spesa pubblica è fonte di corruzione, conclude l’accademico, e – in presenza di deflazione – il finanziamento monetario del deficit può essere il male minore. Minore di una spirale deflazione-debito che metterebbe in ginocchio il Sud Europa e porterebbe alla fine dell’euro”.
Dunque Luigi Zingales ritiene, al pari degli economisti neokeynesiani, come il premio Nobel Paul Krugman e, tra gli altri, il premio Nobel Joseph Stiglitz, Jean Paul Fitoussi ma anche l’italiano Guglielmo Forges Davanzati (sinistra), che la Bce dovrebbe finanziare la spesa degli Stati per la crescita – piuttosto che o solo le banche – andando oltre, lo dice non esplicitamente ma tra le righe, i limiti del Fiscal Compact. Solo finanziando la spesa pubblica, quella sana ed orientata al sostegno di famiglie ed imprese, si può lottare efficacemente contro la deflazione e la stagnazione dell’economia europea. Syriza e la sinistra europea sostengono da tempo l’iniquità del Fiscal Compact, con la dinamica del rapporto tra deficit e Pil in misura non superiore al 3% e con la fissazione di un obiettivo alquanto problematico quale è quello del debito pubblico al 60% del Pil.
Troppi sono i sacrifici chiesti da questa Europa agli Stati, soprattutto a quelli meridionali, quando le politiche di austerità non hanno curato alcun male, anzi lo hanno aggravato.

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