52 MILIARDI AD IMPRESE E FAMIGLIE ITALIANE DAI FINANZIAMENTI TARGATI BCE.

Già dal prossimo 18 settembre la Bce metterà a disposizione delle banche dell’Eurozona miliardi e miliardi di euro che le stesse  dovranno destinare alle imprese ed alle famiglie sotto forma di finanziamenti a lungo termine di durata sino a 4 anni. Stiamo parlando dei famigerati Tltro (Targeted long-term refinancing operations), che costituiscono una novità assoluta per il panorama europeo: la Bce metterà a disposizione delle banche che ne facciano richiesta, finanziamenti con vincolo di destinazione alle imprese, al tasso superfacilitato dello 0,25%. Sino a ieri il sistema bancario dell’eurozona ha potuto beneficiare di prestiti facilitati senza obbligo di destinazione all’economia reale (Ltro). Nella maggior parte dei casi le istituzioni bancarie mutuatarie hanno preferito utilizzare le somme finanziate per acquistare più sicuri e redditizi bond governativi, ovvero depositando ingenti somme presso la Bce, deprimendo il mercato sino ad allora fiorente dei prestiti interbancari overnight. Così si è fermata ulteriormente l’economia, in quanto il danaro prestato dalla Bce è servito anche ad assestare i bilanci di molte banche che, come detto, hanno spesso preferito finanziare il debito, anche dietro il consolidato rapporto di collaborazione con i governi nazionali, piuttosto che rischiare del patrimonio in operazioni di finanziamento rese ancor più rischiose dal deteriorato merito creditizio di molte controparti  e dalla sfavorevole congiuntura economica.

Secondo quanto ricostruito da Il Sole 24 Ore, le principali  dieci banche italiane hanno già deciso di chiedere all’Eurotower oltre 50 miliardi. Dal 18  settembre, ci sarà una serie di otto Tltro, ed il potenziale complessivo per le banche italiane – compresa la Cassa depositi e prestiti – per i primi due tiraggi è di 75 miliardi. I board dei primi dieci istituti di credito, infatti, hanno già deliberato di chiedere a Francoforte 51,8 miliardi. Più della metà sarà appannaggio di Intesa Sanpaolo (17 miliardi) e UniCredit (fino a 15 miliardi, di cui la metà sarà destinata all’Italia), ma anche per gli altri gruppi le due Tltro saranno un’occasione per portare a casa risorse fresche a prezzi da saldo, considerato che il tasso (fisso) è dello 0,25% e la scadenza quadriennale. Risorse che, però, andranno trasformate in nuovi impieghi per le imprese, pena la restituzione anticipata alla Banca centrale europea.

Come annunciato da Mario Draghi a inizio giugno, la prima assegnazione avverrà a settembre, mentre la seconda si terrà l’11 dicembre. In totale nel 2014 la Bce punta a distribuire circa 400 miliardi, ma di qui al 2017 per le banche potrebbero arrivare fino a mille miliardi. Intanto, si lavora alle prime due tornate:  dopo l’annuncio di inizio giugno, i dettagli dell’operazione sono arrivati solo nel mese di luglio, mentre i documenti di Banca d’Italia (necessari per individuare gli impieghi che possono essere utilizzati dagli istituti per richiedere i fondi Bce) sono dei primi di agosto.  Dopo aver depositato l’8 agosto le domande di partecipazione (le banche possono presentarsi da sole o in gruppo), entro giovedì prossimo andrà consegnata a Francoforte la documentazione relativa ai prestiti attualmente in essere: ogni banca, infatti, può richiedere fino al 7% dello stock di impieghi (tranne i mutui immobiliari, per prevenire nuove bolle del settore) registrati al 30 aprile scorso. E’ probabile che molte banche preferiscano aspettare la seconda asta: come nel caso di Ubi, che per chiedere i suoi 3 miliardi attenderà fino a dicembre. Entro la fine dell’anno, comunque, i 75 miliardi di liquidità saranno arrivati a destinazione. E le banche dovranno sbrigarsi a utilizzarli, prestandoli a imprese e famiglie: Morgan Stanley ritiene che grazie al costo ridotto della raccolta il credito per le Pmi in Italia potrebbe scendere di 20-40 punti base, e in molti si attendono con l’autunno il lancio di nuove campagne particolarmente aggressive da parte di tutti, dalla Bcc ai grandi gruppi. Anche perché, chi non presta non solo non potrà partecipare alle nuove Tltro, ma – a partire dal settembre 2016 – dovrà restituire quanto ricevuto alla Bce. Nell’arco del programma si crede che in Italia si possa arrivare a 200 miliardi di euro. Al momento non vi  saranno altri Ltro, che le banche hanno incominciato a rimborsare e che sono serviti principalmente ad arginare possibili debacle dei debiti sovrani – anzi semmai, ne hanno sostenuto l’apprezzamento –  mancando l’appuntamento con il rilancio dell’economia reale. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 le banche italiane avevano ottenuto 255 miliardi, e di questi – al 30 giugno scorso – 160 risultavano ancora in pancia. La prima Ltro scadrà il 29 gennaio, la seconda il 26 febbraio, ma le banche potrebbero accelerare i rimborsi con l’avvicinarsi delle scadenze.

Dopo i preoccupanti dati statistici dell’Eurozona, con la deflazione italiana e, per la prima volta, la crescita negativa del Pil tedesco (-0,2%), che potrebbe ripetersi nel successivo trimestre, e con gli effetti destabilizzanti della crisi ucraina e di quella mediorientale, di non facile e rapida risoluzione, da più parti, tra gli analisti e gli economisti, si è ripreso a parlare in questi giorni di nuovo quantitative easing, che – a detta di alcuni – Draghi dovrebbe annunciare già nel prossimo settembre ed incominciare ad attuare a partire da ottobre. In questo caso la Bce sarebbe pronta a rilevare bond governativi da tutti i paesi emittenti di area euro, ma anche corporate bond di elevato merito creditizio. Questa manovra però, secondo diversi osservatori, rischia di creare una spaccatura all’interno del board dell’Eurotower, in particolare con i rappresentanti di Bundesbank, che non vedono di buon occhio l’acquisto massivo di treasury bond, nella specie di quelli emessi dai Paesi periferici come il nostro, che avrebbe quale effetto quello di sovraprezzare i titoli degli Stati di “fascia B”, e di renderli inconcepibilmente competitivi con quelli emessi da Stati con economie più solide.  Una valida alternativa, secondo Donato Masciandaro che su Il Sole 24  scrive che si possono attuare operazioni di mercato aperto in valuta e in titoli di stato non europei.

Scrive oggi l’economista bocconiano su Il Sole: “più interessante è analizzare la presunta mancanza che viene attribuita alla Bce – diciamo «eccesso di prudenza» da parte di Draghi di fronte ad un rischio di caduta dei prezzi – per capire quello che la nostra banca centrale da un lato dovrebbe e dall’altro potrebbe fare. Il punto di partenza è lo stato di stag-deflazione dell’economia dell’Unione, vale a dire: crescita economica debole con un rischio deflazione. In questi casi cosa può fare la politica monetaria? La prima avvertenza è evitare un errore: comparare la Bce alle altre maggiori banche centrali, vale a dire quelle di Stati Uniti (Fed), Inghilterra (BoE), Giappone (BoJ) e Cina (Bpc). Esiste una differenza fondamentale: in tutte le banche centrali diverse dalla Bce l’interlocutore politico è un unico governo. Questo significa che, qualunque sia lo statuto formale della banca centrale, i banchieri centrali tendono ad essere più aggressivi nel disegno delle politiche monetarie espansive, perché dal loro punto di vista è molto più conveniente occuparsi di ristagno economico e disoccupazione, in quanto guadagnano credito con l’unico interlocutore politico ed allo stesso tempo pagano meno eventuali errori di condotta. Con un unico governo, per il banchiere centrale è più conveniente occuparsi in primo luogo della crescita economica … Per la Bce è tutta un’altra storia: gli interlocutori politici sono eterogenei, i cittadini/contribuenti sono eterogenei. Quindi l’obiettivo macroeconomico formale tende a coincidere con quello sostanziale – l’inflazione – e la prudenza deve essere maggiore, perché gli errori di una politica monetaria sbagliata hanno effetti re-distributivi sul reddito e patrimoni che sono tanto maggiori tanto più i cittadini europei sono diversi tra loro. Questa è la trappola della politica, che la Bce deve sistematicamente affrontare: ogni politica monetaria messa in atto utilizzando titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Unione ha effetti quasi-fiscali, in assenza di una politica fiscale europea. A causa dell’eccesso di avversione al rischio, tutti gli operatori – consumatori, imprese e banche – tendono a tesaurizzare la liquidità, una volta ottenuta. La domanda di base monetaria, nonché l’offerta e la domanda di credito, continuano ad essere anemiche, forse instabili. Quindi una Bce che volesse imprimere una svolta aggressiva alla politica monetaria dovrebbe … in primo luogo, sostituire le operazioni bilaterali di rifinanziamento alle banche con operazioni di mercato aperto, in modo da riuscire ad espandere l’offerta di base monetaria. L’espansione della base monetaria sarebbe una novità, a cui le aspettative – che governano il meccanismo dei prezzi – sono molto sensibili, con effetti di spegnimento sul meccanismo disinflazionistico e quindi sul rischio deflazione. L’effetto sarebbe amplificato se anche l’obiettivo inflazionistico fosse – solo temporaneamente – innalzato. Ma con quali titoli attuare le operazioni di mercato aperto? Utilizzare i titoli del debito sovrano dei Paesi membri dell’Unione aumenta il rischio che scatti la «trappola politica»; i titoli privati, al di là di ogni considerazione sulla rischiosità, costituiscono ancora un segmento acerbo ed esiguo. Rimangono i titoli e le valute estere; titoli a basso rischio di Paesi non membri dell’Unione Economica e Monetaria – quindi non solo titoli americani – e monete estere – quindi non solo dollari. Possibile effetto collaterale positivo: svalutazione dell’euro. Sarebbe una politica assolutamente non convenzionale, ma allo stesso tempo efficace nel consentire alla Bce di sfuggire alla «doppia trappola»”.

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