MENTRE AUMENTA ANCORA IL DEBITO PUBBLICO, L’ITALIA E’ IN DEFLAZIONE. MA LO SI SAPEVA GIA’!

agenzia entrate

Banca d’Italia ha pubblicato oggi i dati di giugno relativi al debito pubblico. Il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito a giugno di 2 miliardi di euro, raggiungendo un nuovo massimo storico a 2.168,4 miliardi. Nei primi sei mesi il debito pubblico è aumentato di 99,1 miliardi di euro, riflettendo il fabbisogno della Pubblica amministrazione (36,2 miliardi di euro) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (67,6 miliardi). Lo comunica sempre Bankitalia che spiega come l’emissione di titoli sopra la pari, l’apprezzamento dell’euro e la rivalutazione dei BTP hanno contenuto l’aumento per 4,8 miliardi di euro. Le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari in giugno a 42,7 miliardi, in diminuzione del 7,7% (3,5 miliardi) rispetto allo stesso mese del 2013. Nei primi sei mesi dell’anno le entrate sono diminuite dello 0,7% (1,3 miliardi) a 188,1 miliardi.

Ma che il debito pubblico aumenti e le entrate tributarie diminuiscano è conseguenza anche della deflazione, che ha comportato una contrazione dei prezzi nelle 10 principali città capoluogo italiane, in particolare in ambito alimentare e nel mercato ortofrutticolo.  Se i prezzi si abbassano è perché si è ridotta la domanda di beni e servizi a causa della minore circolazione e disponibilità di moneta: i salari hanno visto contrarsi il loro potere d’acquisto, la disoccupazione è salita ed i più benestanti spendono di meno rispetto al passato, per paura di una contrazione significativa dei guadagni per via della crisi. Commercianti e prestatori di servizi si vedono dunque costretti ad abbassare i prezzi spesso al solo fine di sopravvivere. Ciò comporta anche una riduzione di utile e fatturato e di conseguenza anche la scelta di risparmiare sui costi del lavoro, riducendo la forza lavoro e/o applicando salari più bassi ed inadeguati. Ciò significa minore circolazione della ricchezza, stagnazione della produzione e dunque minori entrate per il fisco.

La deflazione secondo l’Istat

I prezzi a luglio risultano in calo, su base annua, in diversi capoluoghi di regione o provincia autonoma: Torino (-0,4%),Firenze (-0,3%), Bari (-0,3%), Roma (-0,2%), Trieste (-0,1%) e Potenza (-0,1%). Giù anche a Livorno (-0,7%), Verona (-0,5%), Ravenna (-0,1%) e Reggio Emilia (-0,1%).

In generale l’inflazione a luglio si ferma allo 0,1%, dallo 0,3% di giugno, scendendo così al livello più basso dall’agosto del 2009. Si tratta così della terza frenata consecutiva. Su base mensile i prezzi al consumo diminuiscono dello 0,1%. Quanto ai dati sul “carrello della spesa“, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona a luglio registrano un calo annuo dello 0,6%, il ribasso più forte dall’agosto del 1997. Su base mensile il ribasso è dello 0,7%.  A luglio i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche scendono ancora, segnando un calo dello 0,7% (dal -0,6% di giugno). Si tratta della flessione più forte da quasi dieci anni: viene infatti eguagliata la diminuzione già registrata nel gennaio del 2005. Per trovare un ribasso ancora più profondo bisogna invece tornare indietro al settembre del 1997 (-0,9%).

A questi dati va aggiunta la difficile congiuntura generale per il mercato Ue, che vede registrare il Pil tedesco, per la prima volta dopo tanti anni, a -0,1%. La situazione non è assolutamente favorevole, considerando anche che gli interventi della Bce del 5 giugno scorso (il c.d. quantitave easing all’europea) erano stati concepiti sì per aiutare la ripresa, ma comunque sulla base di previsioni abbastanza positive. Molti ritengono che le misure varate, con il rifinanziamento di operazioni a medio termine in favore delle imprese (Tltro) in primis, saranno affiancate da nuovi acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, con l’obiettivo di immettere nuova liquidità e far ripartire l’economia, che l’Eurotower potrebbe annunciare già a settembre. L’acquisto di titoli dovrebbe riguardare indifferentemente tutti i 18 Stati, con il rischio di avvantaggiare solo le economie più deboli, come quella italiana e degli altri Paesi mediterranei. Questo potrebbe comportare non poche frizioni con la Germania, come già accaduto in passato, in particolare, per gli eurobond, mai partiti.

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