ABROGAZIONE DELL’ART. 18. A RIMETTERCI, COME SEMPRE, I GIOVANI.

tempi_moderni

Il Ministro degli Interni, Angelino Alfano (Ncd), mentre ieri prendeva di mira i “vù cumprà” per la loro perniciosa partecipazione alla contraffazione del made in Italy, qualche giorno prima si è prodotto in una accorata proposta di abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Entro fine agosto, ha detto l’esponente del centro-destra, bisognerà procedere con l’abrogazione di quell’inutile e compassato vessillo di tutela dei lavoratori dipendenti, completando la riforma del lavoro, il c.d. Jobs Act, che dovrebbe perfezionarsi, secondo i progetti governativi, anche con il varo del contratto a tempo indeterminato a tutele progressive. Va detto che il superministro è stato immediatamente contraddetto dalla sua collega Madia del Pd e da altri esponenti di quel partito.

L’uscita di Alfano non è nuova: più volte il governo Berlusconi, dal quale proviene, ha tentato di sbarazzarsi di quell’ingombrante orpello, fermato da scioperi generali cui parteciparono milioni di persone e da partecipatissime manifestazioni di piazza in tutto il Paese. Eliminare la norma che consente al datore di lavoro nelle imprese con più di 15 dipendenti di licenziare solo in presenza di una giusta causa o di un giustificato motivo significa lasciare senza protezione i lavoratori dall’arbitrio del padrone, che potrebbe licenziare non per infedeltà o scarso impegno, ma per motivi assolutamente arbitrari e discriminatori. Proteggere i lavoratori da questi rischi ci sembra a dir poco giusto. Anzi, la tutela dell’art. 18 andava ed andrebbe estesa anche alle aziende più piccole, meno sindacalizzate. Non ha motivo di esistere l’arbitrio padronale nelle microimprese.

Alfano ripropone il solito copione: abrogare l’art. 18 renderebbe più facili le nuove assunzioni e rimuoverebbe gli ostacoli per nuovi e più sostanziosi investimenti stranieri. Conseguenze dunque favorevoli per disoccupati, imprese ed investitori esteri. In realtà, le ritrosie degli stranieri – che pure investono sempre più nelle nostre aziende, anche strategiche, come Alitalia – discendono più dall’elevata pressione fiscale, dall’alto tasso di corruzione, dall’inefficienza del sistema giudiziario, dall’elevato debito pubblico e questo le sanno non solo gli addetti ai lavori. La libertà di licenziare c’entra ben poco. Alfano ha dichiarato che, ovviamente, la tutela ex art. 18 non varrebbe più a partire dai neoassunti, quindi dai giovani. Giovani spesso con una preparazione scolastica elevata (laurea e master), ma che sono solo a parole individuati come principali beneficiari delle riforme che il governo intende mettere in campo in tema di mercato del lavoro. In realtà questi giovani non solo sono costretti a sopportare il dramma della disoccupazione, ma anche spesso impieghi precari e sottoretribuiti, un sistema previdenziale che difficilmente assicurerà una pensione dignitosa. Insomma, Alfano e gli altri come lui vogliono far portare la croce di quest’Italia a questi poveri giovani, quindi ai più deboli!  A parere di chi scrive, invece, l’occupazione si può rilanciare con sgravi fiscali per chi assume, incentivi sostanziosi per l’autoimprenditorialità e la costituzione di cooperative tra giovani, prendendoli dalla spending review e da nuovi investimenti per la crescita, da non computare nel debito pubblico secondo i parametri del Fiscal Compact. Gli sgravi fiscali per i datori  di lavori che assumono possono esprimersi anche in ulteriori tagli all’Irap finalizzati ed in crediti d’imposta.

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