CREDITI PROBLEMATICI E COPERTURE DELLE PERDITE NELL’ATTUALE CONTESTO BANCARIO.

  
Che molte banche italiane fossero sottocapitalizzate, al punto tale da rischiare di non passare indenni gli esami di Bce ed Eba sulla qualità del credito e sulla tenuta a stress generati da congiunture economiche particolarmente sfavorevoli e crisi di sistema, era nota ai più. Tale condizione era aggravata dalla consistenza e dal graduale aumento delle sofferenze e dei crediti problematici (non performing loans) che obbliga le banche ad immobilizzare fette consistenti del patrimonio di vigilanza a copertura del rischio – parziale o totale – di mancato recupero di tali crediti, lasciando per altro pochi margini alla concessione di nuovo credito. Fortunatemente il sistema bancario italiano si è ben mosso negli ultimi mesi, portando a compimento importanti operazioni di ricapitalizzazione (aumenti di capitale), con in testa Bmps con 5 miliardi di euro, che hanno contribuito a migliorare la solidità patrimoniale del sistema e ad offrire maggiori coperture a fronte dei bad loans iscritti a bilancio.
L’inizio del cambio di rotta è stato altresì di recente confermato dalla Banca d’Italia, che ha registrato, anche in funzione degli aumenti di capitale, un aumento delle coperture a fronte di crediti problematici, anche a seguito delle rettifiche operate sulle perdite su crediti, che hanno consentito di rendere più realistici i bilanci presentati alla comunità finanziaria. Il mutato atteggiamento si inscrive anche nell’efficacia della suasion esercitata dalle autorità di vigilanza nazionali e dai regolatori internazionali, che hanno preteso una più stretta osservanza della normativa prudenziale, soprattutto di quella discendente dai principi di Basilea III. Per arrivare a ciò è stato necessario convincere molti istituti di credito ad effettuare una scelta di campo e di responsabilità, privilegiando la costituzione di più adeguate copertura alla distribuzione di utili agli azionisti, scelta quest’ultima spesso privilegiata da quelle banche dove forte era la partecipazione delle Fondazioni bancarie. La crisi soprattutto del Monte dei Paschi di Siena e la maggiore apertura a capitali esteri dei principali gruppi italiani ha comportato un ridimensionamento delle quote e del ruolo delle fondazioni e reso dunque più semplice quel cambio di rotta auspicato, tant’è che il ritorno all’utile non è sempre previsto.
Relazione della Banca d’Italia sulla stabilità finanziaria

Nel frattempo, nella 1^ Relazione del 2014 sulla stabilità finanziaria pubblicata da Banca d’Italia nello scorso maggio, emergono dei miglioramenti circa sostenibilità dei crediti accordati e dei non performing loans da parte del patrimonio delle banche italiane, anche grazie ai circa 11 miliardi di euro in ricapitalizzazioni che hanno interessato il sistema bancario quest’anno.

È in corso il comprehensive assessment – È in corso l’esercizio di valutazione complessiva (comprehensive assessment) delle maggiori banche dell’area dell’euro. L’esercizio, al quale partecipano 15 intermediari italiani, consentirà un confronto su basi omogenee dei bilanci bancari nei diversi paesi, contribuendo a ridurre ulteriormente la segmentazione dei mercati finanziari. Migliorano le valutazioni dei mercati sulle banche italiane – Nei primi mesi dell’anno in corso le valutazioni dei mercati sulle banche italiane sono migliorate notevolmente, avvicinandosi a quelle degli intermediari degli altri principali paesi dell’area. Si attenua la contrazione del credito – All’inizio del 2014 la contrazione del credito bancario si è lievemente ridotta. Le indagini qualitative condotte presso gli intermediari rilevano criteri di offerta più favorevoli per i prestiti alle famiglie; le condizioni di accesso al credito per le imprese, seppur in lieve miglioramento, rimangono restrittive. Rallenta il deterioramento della qualità dei prestiti – Il deterioramento della qualità del credito si è attenuato. Il flusso di nuove sofferenze sul complesso dei prestiti è rimasto stabile nell’ultimo trimestre del 2013; dati preliminari indicano che sarebbe diminuito nei primi tre mesi di quest’anno. Le consistenze dei prestiti deteriorati continuano tuttavia ad aumentare. Le rettifiche di valore abbattono la redditività, ma consentono un significativo aumento dei tassi di copertura – Le ingenti rettifiche di valore su prestiti contabilizzate dagli intermediari alla fine del 2013 hanno assorbito interamente la redditività operativa, ma hanno consentito un significativo aumento dei tassi di copertura. Questi sviluppi, accolti favorevolmente dagli investitori, possono contribuire a riavviare il mercato dei crediti deteriorati. Alcuni grandi intermediari hanno annunciato iniziative miranti a ottimizzare la gestione di questi crediti. Prosegue la flessione dei costi operativi delle banche, alla quale contribuisce la razionalizzazione della rete delle filiali.

Le banche riducono l’esposizione in titoli pubblici – Dalla seconda metà del 2013 le banche hanno ridotto la consistenza di titoli pubblici in portafoglio. Il funding gap si riduce e prosegue il rimborso dei finanziamenti dell’Eurosistema – Il funding gap si riduce, riportandosi sui valori registrati alla metà dello scorso decennio. Prosegue, seppur in misura diseguale tra intermediari, il rimborso dei finanziamenti dell’Eurosistema. Gli intermediari di maggiore dimensione hanno accresciuto i collocamenti obbligazionari sui mercati internazionali, dove le emissioni nette sono tornate positive.

Sono più distese le condizioni di liquidità sui mercati finanziari – Le condizioni di liquidità dei mercati finanziari italiani sono ulteriormente migliorate. L’indicatore di rischio sistemico di liquidità si colloca attorno ai valori minimi, riflettendo l’aumento degli scambi sul mercato secondario dei titoli di Stato.

La sottocapitalizzazione delle banche non è un’esclusiva italiana.
Anat R. Admati, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, la descrive così: le regole di Basilea III consentiranno alle banche di prestare fino al 97% dell’attivo. La regola di holding è quella di prestarne fino al 95% (sebbene le modalità di misurazione degli attivi siano spesso materia di dibattito). Se il patrimonio netto è pari soltanto al 5% dell’attivo, anche una piccola perdita del 2% dell’attivo potrebbe, alla fine, comportare una fuga dei depositi. I creditori potrebbero rifiutarsi di rinnovare i nuovi prestiti, costringendo l’istituto a smettere di prestare oppure a vendere i suoi asset in fretta. In The Bankers’ New Clothes: What’s Wrong With Banking and What to Do About It”, la docente americana suggerisce al regolatore di alzare i requisiti regolatori del patrimonio netto. Facile a dirsi, difficile a farsi se nei piani industriali di Unicredit e Intesa Sanpaolo il payout implicito – la percentuale dell’utile destinata al dividendo – è tra il 40 e il 60 per cento. La parte più importante dell’Asset quality review della Bce, non a caso, riguarda il Common Equity Tier 1 – il cuscinetto di capitale di primaria qualità contro gli shock macroeconomici – che non può essere inferiore all’8% degli attivi ponderati per il rischio di credito.

Il punto, come riferisce la Banca per i regolamenti internazionali, è che «La deduzione dal capitale di eventuali differenze negative fra gli stock degli accantonamenti e delle perdite attese in base all’approccio IRB (i modelli di rating interni delle banche, ndr) deve essere applicata nel calcolo del Common Equity Tier 1», ma se finiscono in difficoltà più imprese o famiglie rispetto a quanto stimato dagli istituti di credito, questi ultimi saranno più deboli e dunque costretti da Francoforte a chiedere risorse fresche sul mercato.

La debolezza delle banche  risale a ben prima della crisi finanziaria. Ad esempio nel 2003, i crediti dubbi (Npl, non performing loans, ovvero incagli, sofferenze e crediti scaduti, ndr) netti di Unicredit rispetto al totale dei prestiti erano al 4,45%, con un tasso di copertura del 48 per cento. Quelli di Banca Intesa, prima della fusione con Sanpaolo Imi, al 3% con un tasso di copertura addirittura del 65%, mentre le esposizioni problematiche del Monte dei Paschi ammontavano all’1,8% dei crediti, con un tasso di copertura del 48 per cento. Nel 2003, a metà del governo Berlusconi ter, il Pil italiano era cresciuto dello 0,6% mentre la media nazionale dei crediti dubbi calcolata dall’Abi si era assestata al 2,2% dei prestiti.

Dieci anni dopo alla presidenza del Consiglio è arrivato Enrico Letta, e il Pil si è contratto dell’1,9% sul 2012. Per Unicredit il peso dei Npl è salito all’8,66%, con un tasso di copertura del 63,1 per cento. Stesso discorso per Intesa Sanpaolo: il 9% dei prestiti è a rischio, con un tasso di copertura cash al 46% (che sale al 128% considerando le garanzie collaterali), mentre per Mps i Npl si assestano al 6,7% del totale con un tasso di copertura al 58,8 per cento. I crediti deteriorati sono dunque cresciuti ben più delle coperture.

In realtà, come scrive la Banca d’Italia al termine dell’ispezione condotta l’anno scorso, «Tra il 2007 e il 2012 il tasso di copertura ha registrato un calo di dodici punti percentuali, quattro punti sono riconducibili ad un effetto di composizione». Ovvero: «La caduta del livello di attività economica ha causato l’incremento della componente dei crediti deteriorati diversa dalle sofferenze, tipicamente caratterizzata da un minor coverage ratio: per le sofferenze il coverage ratio è pari al 54,7%, rispetto, ad esempio, al 20,6% per gli incagli. Le differenze tra i coverage ratio riflettono i diversi coefficienti di perdita: per le sofferenze essi sono generalmente pari a più del doppio di quelli degli incagli».

La situazione attuale dei crediti problematici in Italia.

Come detto, la situazione è cominciata a cambiare a partire dai bilanci d’esercizio 2013 e continua a cambiare dopo gli aumenti di capitale. Va aggiunto che, per l’ampliamento delle concessioni di credito alle imprese militano le misure varate da Bce, che avranno inizio con le aste Tltro di settembre, e dalla riduzione delle esposizioni dei nostri istituti verso i bond italiani. Le cose potrebbero cambiare ulteriormente con le cessioni di portafogli di crediti in sofferenza o comunque non performing e con l’avvio di un mercato profittevole di cessione di crediti in bonis attraverso procedure di cartolarizzazione.

Secondo l’Abi, i crediti in sofferenza del sistema bancario italiano ammontavano ad aprile ’14 a 166 miliardi, ovvero a 33 miliardi in più rispetto all’anno precedente, con un incremento del 25% in dodici mesi. Nell’anno precedente il rapporto sofferenze/totale impieghi bancari era pari al 6,8% ed ha raggiunto il picco del 9% circa.  Le banche italiane comunque  sono meglio dotate di capitale regolamentare rispetto alla concorrenza europea, ed hanno coperto i crediti dubbi in misura superiore (79% dei mezzi propri a fronte di una media europea del 37%). Questi “attivi” hanno un certo valore, ovviamente depurato dei dubbi esiti, spesso elevati quando si tratta di crediti classificati a sofferenza e possono essere ceduti a società specializzate. In paesi “a rischio” come la Spagna e l’Irlanda, si è già avviato da tempo il processo di cessione dei crediti di dubbia realizzazione a società specializzate nel recupero crediti, con il duplice vantaggio di alleggerire i bilanci delle banche dalla zavorra delle sofferenze e con l’afflusso di liquidità nelle casse dei cedenti come corrispettivo della cessione delle sofferenze. In Italia tale processo è ancora agli inizi ed allo stato embrionale, con alcune società d’oltreoceano interessate all’acquisto di interi asset di questo tipo da una o più banche. Anche la Banca d’Italia sta seguendo la cosa, pensando anche alla possibilità di costituire uno o due soggetti (bad bank) cui conferire le sofferenze delle banche italiane, semmai dietro prestazione di qualche garanzia pubblica.  Ma siamo solo agli inizi.

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