RENZI, COTTARELLI E LA FIDUCIA DEI MERCATI.

commissario cottarelli

Dopo i dati di Istat, Bankitalia e Svimez, che altro non hanno fatto se non confermare il comune sentore di una crescita zero e di un rischio profondo di stagnazione e deflazione dell’economia del Belpaese, già ben conosciuto non solo dagli osservatori e tecnici più accorti, ma pure da semplici cittadini ed imprenditori, anche il premier Matteo Renzi, da buon ultimo, ha dovuto ammettere che la crescita del Pil sarà dello 0.2, se non anche dello 0,1 percento, come pronosticato dall’istituto di via Nazionale. Il giovane presidente del Consiglio ha fatto marcia indietro anche sulla promessa di ampliamento della platea dei beneficiari del famoso bonus fiscale sino ad 80 euro al mese, affermando che non è nelle condizioni di poterlo assicurare (noi da profani lo avevamo già in qualche modo previsto: DECRETO LEGGE IRPEF TRA PROMESSE MANTENUTE E COPERTURE DA TROVARE  https://economiaefuturo.wordpress.com/2014/04/19/decreto-legge-irpef-tra-promesse-mantenute-e-coperture-da-trovare/).

Quanto sono lontani i tempi della campagna elettorale per le europee! I danari verranno dalla spending review, si diceva, dai tagli alla spesa pubblica che il tecnico Carlo Cottarelli stava già elaborando. Già, Cottarelli: tra quest’ultimo e Renzi non è mai stato vero amore, tanto che si arriverà con ogni probabilità ad una risoluzione “consensuale” del rapporto di collaborazione. Negli scorsi giorni, il commissario aveva criticato il facile ricorso ai tagli come clausola omnibus di copertura di qualsiasi fonte di nuova spesa approvata e priva di apposita copertura. Il principale motivo di contrasto è stato però costituito dalla mancata attuazione del taglio al cuneo fiscale pro lavoratori e della riduzione ulteriore dell’Irap, tutti, secondo anche i proclami del governo da finanziare con i tagli alla spesa pubblica. Un punto di attrito di grande importanza, evidentemente, visto che da lì può ripartire l’asfittica economia domestica (vedere anche MENTRE IL MEZZOGIORNO SPROFONDA, COTTARELLI VA VERSO LE DIMISSIONI https://economiaefuturo.wordpress.com/2014/07/31/mentre-il-mezzogiorno-sprofonda-cottarelli-va-verso-le-dimissioni/).

I mercati, invece, vale a dire i grandi investitori istituzionali internazionali, continuano a essere cullati dalle onde soporifere dell’alta marea della liquidità. Le politiche monetarie eccezionali delle più grandi banche centrali hanno alterato, drogato, il rapporto tra rischio e rendimento, con un’inondazione da svariate migliaia di miliardi di euro (un extra da 9 trilioni di dollari secondo gli addetti ai lavori). Al punto che il «risk premium è scomparso del tutto», mentre i rendimenti dei BTp decennali e lo spread BTp/Bund non riflettono affatto il rischio-Italia. E invece il differenziale tra i titoli italiani e tedeschi viene dato per stringersi ancora, è questa l’attesa prevalente sui mercati indipendentemente dal rischio-Paese. Se però Cottarelli dovesse andarsene via, come altamente probabile, vi sarebbero conseguenze di non poco momento sui mercati. E’ quello che dice nel suo redazione di oggi, 2 agosto ’14, Isabella Bufacchi dalle colonne de Il Sole 24 Ore. La Bufacchi prevede che qualche investitore straniero alla fine si sveglierebbe. “Forse proprio quell’investitore che incontrando Cottarelli al ministero dell’Economia nei mesi scorsi era stato rassicurato dalla competenza e dall’alto grado di preparazione di un supertecnico che parla la lingua dei mercati e che capisce la lingua dei mercati, «con le idee molto chiare sul programma della spending review». Dalle incognite sulla spending review a firma di Cottarelli potrebbe scaturire un pericoloso effetto-domino che finirebbe per insidiare la credibilità stessa del sistema-Paese. I mercati sono stati già scottati dalle promesse non mantenute di Mario Monti e di Enrico Letta – gli investitori istituzionali esteri non perdono occasione per ricordarlo – e il beneficio del dubbio che hanno accordato a Matteo Renzi non è incondizionato e non è per sempre” (Isabella Bufacchi,Cottarelli e i mercati, un rumore che l’Italia non si può permettere).

Se l’Italia non fa riforme e soprattutto non interviene sul campo del costo del lavoro, immettendo così maggiori risorse economiche nelle mani dei cittadini e delle imprese, tali da alimentare, in uno alle manovre della Bce, una qualche ripresa congiunturale, è destinata a perdere le consistenti aperture di credito degli investitori internazionali.Se in settembre l’Italia dovesse continuare a rinviare, allora anche per i BTp il clima potrebbe guastarsi bruscamente: anche perché i mercati metteranno, nuovamente in autunno, il gracile Pil italiano a confronto con quello  spagnolo, essendo Italia e Spagna i due principali Paesi periferici europei. I Bonos avrebbero la meglio senza grandi sforzi: nel 2015, inoltre, scadranno all’incirca 200 miliardi di titoli di Stato a medio-lungo termine, un’annata tra le più pesanti in termini di debito pubblico da rimborsare.

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