CRISIS? WHAT CRISIS?

Fondo-Monetario-Internazionale

Crisis? What Crisis? è il titolo di un fortunato disco dei Supertramp del 1975. La crisi e la negazione della crisi sono stati al centro, qualche anno fa, della demagogia di Silvio Berlusconi, prima di essere sostituito dal commissario Mario Monti e dagli altri personaggi più o meno accreditati presso gli organismi internazionali e soprattutto presso la famigerata Troyka, che impose all’Italia i famosi compiti a casa per rientrare nei parametri del 3% nel rapporto deficit/Pil.

Crisi ma quale crisi potrebbe sembrare anche il leit motiv dell’ennesimo governo delle chiacchiere, quello Renzi, naturalmente, che continua a sventolare l’inizio della ripresa già a partire da quest’anno con l’0,8% in più di Prodotto Interno Lordo, contraddetto nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia che ha nuovamente, come non ve ne fosse bisogno, sventolato il pericolo stagnazione o recessione ed il pericolo deflazione. La colpa non è però esclusivamente di Renzi e dei suoi adepti, ma anche di organismi di vigilanza e di altro titolo, anche internazionali, che sono anni che parlano di ripresa per poi, in corso d’opera, essere costretti a rettificare le previsioni di crescita ed a rinviare all’anno immediatamente successivo le prospettive concrete di crescita economica. Il punto è che di crescita non si potrà parlare se non vi saranno robusti investimenti da parte degli Stati a sostegno dell’economia, soprattutto per creare nuove opportunità di lavoro e combattere il flagello della disoccupazione. Per questo non è sufficiente l’impegno del governo a far passare i cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali e di coesione europei, neutri ai fini del calcolo del debito pubblico, anche perché in cambio si propongono riforme strutturali, come la flessibilità del lavoro, alquanto perniciose per i lavoratori italiani. La logica dello scambio che l’esecutivo italiano vuole cercare di realizzare con le istituzioni comunitarie rischia di svendere il paese, ancora una volta, alle prescrizioni della Troyka, quei famosi compiti a casa che hanno, per esempio, partorito un mostro giuridico e sociale come la Legge Fornero.

Va fatto decisamente di più e di meglio, partendo dall’abrogazione del pareggio di bilancio inserito in Costituzione, e mettendo in discussione – se possibile disdettandolo – il Fiscal Compact che obbliga ad un risanamento furibondo dei conti pubblici, a discapito degli investimenti per la crescita e della “salute pubblica”, a partire da Welfare e sanità. E’ evidente inoltre che un percorso forsennato, che prevede riduzione del passivo nella misura di un ventesimo all’anno per vent’anni, sino al raggiungimento della quota del 60%, non potrà mai consentire una vera ripresa, che passa inevitabilmente per lo stimolo alla crescita ed agli investimenti ed alla creazione di nuova ricchezza, ma soltanto tagli indiscriminati alla spesa pubblica e nuove tasse. Invece la ripresa degli investimenti di fonte pubblica potrebbe sostenere un avvio di ripresa ed un tasso d’inflazione che, sino al 4-5%, potrebbe essere d’aiuto alla produzione come ai consumi.

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