UNA GUIDA DA ISPRA PER LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI RADIOATTIVI IN ITALIA.

 

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Riportiamo, con appena qualche ritocco, un articolo molto interessante pubblicato da Wired.it oggi

Dove finiranno i rifiuti radioattivi italiani?

  http://www.wired.it/scienza/energia/2014/06/06/rifiuti-radioattivi-italiani/

Non c’è ancora un elenco dei siti, sarà pronto fra non meno di tre anni. Ma, almeno, ci sono delle indicazioni precise per la loro individuazione. Parliamo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi attualmente presenti in Italia: gli esperti dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) hanno infatti appena pubblicato una guida tecnica che individua i Criteri per la localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Sostanzialmente, si tratta di un documento che contiene l’elenco di tutti i fattori da prendere in considerazione per la delicatissima scelta dei siti dello smaltimento.

I rifiuti radioattivi presenti in Italia”, ci spiega Lamberto Matteocci, responsabile del servizio controllo attività nucleari all’Ispra, “derivano dalle pregresse attività nucleari [abolite dopo il referendum, nda], e da applicazioni in ambito industrialemedico di ricerca. Nel primo caso sono stoccati presso i rispettivi impianti di produzione, cioè ex centrali nucleari, mentre negli altri casi trovano collocazione in specifici impianti autorizzati”. Perché, dunque, si avverte l’esigenza di trovare nuovi siti e ricollocare le scorie? “I siti attuali”, continua Matteocci, “sono per lo più temporanei, progettati per lo stoccaggio ma non per lo smaltimento”Smaltire una scoria, in effetti, vuol dire collocarla da qualche parte con l’intenzione di non recuperarla più. Proprio per questo motivo è richiesta la massima attenzione nella scelta dei siti più appropriati e sicuri.

Secondo i dati dell’Ispra, in Italia sono presenti circa 27mila metri cubi di scorie a bassa attività (quelli contenenti prevalentemente radionuclidi a breve vita, caratterizzati da un tempo di dimezzamento inferiore ai 30 anni) e media attività (che decadono in un periodo di tempo dell’ordine delle centinaia di anni), circa 5mila dei quali sono di origine non energetica. A questi vanno poi aggiunti i 30mila metri cubi derivanti dallo smantellamento delle centrali nucleari e i cosiddetti rifiuti condizionati, che ci tornano indietro dopo le operazioni di riprocessamento effettuate all’estero, prevalentemente in Francia Gran Bretagna.

“I nostri criteri”, dice ancora Matteocci, “sono addirittura più restrittivi di quelli vigenti negli altri Paesi europei. E per lo smaltimento sono previste soluzioni tecnologiche di conclamata efficienza e sicurezza, già in uso all’estero”. In particolare, la guida individua dei criteri di esclusione, per identificare le aree da escludere completamente, e dei criteri di approfondimento, da valutare durante la fase di localizzazione.

Sono assolutamente da escludere le aree vulcaniche attive o quiescenti (Etna, Stromboli, Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Lipari, Vulcano, Panarea, Isola Ferdinandea e Pantelleria). Allo stesso modo, no ad aree contrassegnate da sismicità elevata, con condizioni “in grado di compromettere la sicurezza del deposito nelle fasi di caricamento e, dopo la chiusura, per tutto il periodo di controllo istituzionale”. E discorso analogo per zone con fenomeni di fagliazionefasce fluviali o aree contraddistinte da presenza di depositi alluvionali – un “ulteriore elemento precauzionale per la minimizzazione del rischio idraulico. Da escludere inoltre le aree montuose al di sopra dei 700 metri sul livello del mare, dal momento che “al di sopra di tale fascia altimetrica l’orografia è complessa e articolata, i versanti sono più acclivi e le precipitazioni meteoriche sono più abbondanti”. I siti non potranno essere localizzati a meno di 5 km di distanza dalla costa (anche perché si tratta, in genere, di “aree turistiche e densamente abitate”), né in aree naturali protette e troppo vicino ai centri abitati“La distanza dai centri abitati”, recita il documento,“deve essere tale da prevenire possibili interferenze durante le fasi di esercizio del deposito, chiusura e di controllo istituzionale”. Per evitare un “eventuale impatto sul deposito legato a incidenti che coinvolgono trasporti di merci pericolose” l’Ispra prescrive che i siti siano a distanza superiore a 1 km da autostrade, strade extraurbane principali e linee ferroviarie.

Una volta individuati i siti che superano i criteri di esclusione, si passerà a un’analisi più approfondita, che valuterà la presenza di manifestazioni vulcaniche secondariemovimenti verticali del suolo, fenomeni di erosione, condizioni meteo-climatiche (tra cui tasso di precipitazioni e frequenza di eventi estremi) e distanza dalle falde acquifere.

Sarà una lunga ricerca, insomma. Ma assolutamente necessaria per far sì che lo smaltimento avvenga in completa sicurezza, così come previsto dalla legge italiana (il decreto legge 31 del 2010, in particolare), dalla normativa europea (Direttiva 2011/70 Euratom, appena recepita dal nostro Paese) e dai dettami della International Atomic Energy Agency, che tra l’altro ha già vagliato e approvato il documento dell’Ispra. A occuparsi dell’individuazione dei luoghi di smaltimento sarà la Sogin S.p.a., che dovrà redigere una Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee. Matteocci ci racconta i prossimi passi:“Ci aspettiamo che entro sette mesi la Carta sia pronta. Successivamente sarà valutata e validata dal ministero per lo Sviluppo economico, dal ministero dell’Ambiente e dal ministero per le Infrastrutture e i trasporti. Dopo l’approvazione della Carta si avvierà la fase della selezione vera e propria delle aree, in cui saranno condotte analisi approfondite su ogni sito per valutare il più idoneo”.

Una volta scelto il sito, ci saranno da convincere le amministrazioni locali e i residenti. Una fase piuttosto delicata, se si ripensa a quello che successe nel 2003 a Scanzano Ionico, il comune della Basilicata allora indicato dal Governo come deposito nazionale – indicazione prontamente ritrattata dopo le proteste dei lucani. Ma stavolta, secondo Matteocci, non sarà così:“Procederemo secondo i principi di massima trasparenza,confronto e consenso. Abbiamo già previsto un seminario nazionale quando la Carta sarà pronta, per esporne i contenuti”.

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