DISOCCUPAZIONE AI MASSIMI, INFLAZIONE AI MINIMI, AUMENTA LA FLESSIBILITA’. COS’E’ LA FLESSICUREZZA? E SOPRATTUTTO, SARA’ IN GRADO L’ITALIA DI ASSICURARLA?

luciano-gallino

 

Tra ieri ed oggi da più fonti sono pervenute notizie poco rassicuranti sull’economia italiana e su quella dell’Unione Europea.

L’Istat ha certificato, nel primo trimestre 2014, una disoccupazione elevatissima, pari al 13,6%, con punte superiori al 21% nel Meridione e con un tasso di disoccupazione tra i giovanissimi molto allarmante, pari al 43,3% (ISTAT: NEL PRIMO TRIMESTRE 2014 DISOCCUPAZIONE AI MASSIMI STORICI (13,6%), ANCHE SE AD APRILE SI FERMA AL 12,6%  https://economiaefuturo.wordpress.com/2014/06/03/istat-nel-primo-trimestre-2014-disoccupazione-ai-massimi-storici-136-anche-se-ad-aprile-si-ferma-al-126/).

Ieri la Commissione Ue ha reso pubbliche le Raccomandazioni-Paese, e tra queste anche quelle relative all’Italia. L’organo esecutivo dell’Unione Europea ha in parte bocciato i conti dell’Italia, ritenendo necessaria nei fatti, una manovra aggiuntiva da varare nel prossimo autunno, in quanto non sarebbero sufficienti gli sforzi adottati dal governo in tema di contenimento della spesa pubblica (spending review) ed in quanto non vi sarebbero ancora segnali di una vera e propria ripresa economica italiana. Limiti che erano stati sottolineati solo qualche giorno fa dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

L’altra notizia, anch’essa sostanzialmente una conferma, è rappresentata dall’ulteriore raffreddamento dell’inflazione Ue, che cala dallo 0,7 allo 0,5%, e che dunque lascia presagire pericoli deflattivi. Tanto quasi alla vigilia – 5 giugno – del prossimo consiglio della Banca Centrale Europea, che dovrà adottare importanti decisioni in tema di tassi e di politica monetaria più in generale.

Queste notizie hanno tutte un forte impatto sul lavoro, soprattutto per l’allarmante diffusione della disoccupazione, con il dramma di quella giovanile e meridionale. Anche la deflazione o la bassa inflazione possono determinare, a causa delle dinamiche dei prezzi dei beni di consumo e dei servizi, ondate di licenziamenti o di trasformazione in pejus dei contratti dei lavoratori. Secondo l’Istat, infatti, non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-1,4%, pari a -255.000 unità rispetto al primo trimestre 2013), che in più di sei casi su dieci riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-1,4%, pari a -169.000 unità). Gli occupati a tempo parziale continuano ad aumentare (1,1%, pari a +44.000 unità), ma la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario (il 62,8% dei lavoratori a tempo parziale). Per il quinto trimestre consecutivo scende il lavoro a termine (-3,1%, pari a -66.000 unità), cui si accompagna per il sesto trimestre la diminuzione dei collaboratori (-5,5%, pari a -21.000 unità).

Il governo Renzi, come noto, già grazie il dl Poletti, che costituisce il primo pilastro del Jobs Act, sostiene una riforma del mercato del lavoro fondata su di un ampio ricorso a strumenti di lavoro flessibile, dunque alternativi al contratto di lavoro a tempo indeterminato, nella convinzione che la flessibilità nell’accesso, ma probabilmente anche nell’uscita, possa creare nuovi posti di lavoro. Questa idea è già stata ed è tuttora propria di organizzazioni internazionali come l’Ocse, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Ue, che richiede da tempo al nostro paese riforme strutturali in ambito lavoro, tanto che Palazzo Chigi ha tentato, riuscendoci solo in parte, di scambiare con la Commissione l’adozione di riforme strutturali con la promozione dei propri conti.

La flessibilità, tuttavia, produce spesso danni al lavoratore in termini di insicurezza in tema di occupazione, reddito, identità professionale, carriera, futura pensione, status sociale, progettabilità della vita, e non è provato che aumenti  i livelli occupazionali.  Negli Stati più evoluti che adottano da tempo sistemi flessibili, si è tentato – pur riconoscendo la validità del sistema soprattutto quale strumento di creazione di nuovi posti di lavoro e dunque di lotta alla disoccupazione – di adottare degli ammortizzatori proprio per stemperare gli oneri cui vanno incontro i lavoratori flessibili.

La flessibilità, secondo questi autori, diviene “sostenibile” coniugandola con il Welfare, con la sicurezza sociale. Nasce così la flessicurezza. In un comunicato diffuso nel 2007 la Commissione europea definisce la flessicurezza come “una strategia integrata per accrescere, al tempo stesso, flessibilità e sicurezza sul mercato del lavoro”. Secondo questa impostazione, spiega il sociologo Luciano Gallino nella recente opera Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario (Ed. Laterza, Roma, 2014) “la flessibilità del lavoro va mantenuta e anzi innalzata, poiché giova alle imprese, alla competitività e al risanamento del bilancio pubblico (…) Si tratta però di provvedere affinché i costi che essa genera a carico dei dipendenti siano temperati con interventi ad hoc, mirati soprattutto ai soggetti più deboli in modo da farla apparire più sostenibile in termini di sicurezza sociale. Per questo la flessicurezza è stata definita “la flessibilità dal volto umano””.

E’ prevedibile che i lavori flessibili continueranno a diffondersi. I teorici della flessicurezza pongono in primo piano l’obiettivo di lasciare alle imprese un’ampia libertà di licenziamento, facendo tuttavia in modo che i lavoratori che perdono il posto, anche a più riprese nel corso dell’anno, ricevano adeguato ristoro e protezione.

Nei paesi che hanno elaborato programmi nazionali di flessicurezza, come la Danimarca, “essa viene perseguita mediante una combinazione di misure attive e passive che comprendono: ampia libertà di licenziamento da parte dell’impresa, con l’obbligo però di un esteso preavviso  (…); dispositivi di legge per assegnare automaticamente un posto di lavoro a tempo indeterminato a chi abbia cumulato un certo periodo, o un certo numero di contratti temporanei presso agenzie interinali o contratti da dipendente a tempo determinato; indennità di disoccupazione relativamente generose, pagate da apposite casse assicurative a partecipazione volontaria, per la maggior parte finanziate dallo Stato …” (L. Gallino, op.cit., p. 43-45),  utilizzo di un nutrito numero di impiegati altamente specializzati nelle agenzie di collocamento, piani intensivi di formazione obbligatori per il disoccupato, evidentemente finalizzati ad un suo più agevole inserimento nel mercato del lavoro, severe sanzioni amministrative per il disoccupato che rifiuti senza giustificato motivo i lavori propostigli dai servizi pubblici. E ciò è solo una parte della normativa che accompagna il lavoro flessibile in Danimarca. Eppure neanche in Danimarca è realmente diminuita la disoccupazione, dice Gallino.

Venendo all’Italia, al momento non sono previsti sistemi di flessicurezza vera e propria, anche se si parla di salario minimo garantito e di qualcos’altro, ma è ancora poco rispetto alla Danimarca. E’ comunque opinione di chi scrive che il lavoro flessibile non risolverà i problemi del paese e che sarebbe meglio prevedere agevolazioni per le imprese che assumono ed un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale.

 

 

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2 risposte a “DISOCCUPAZIONE AI MASSIMI, INFLAZIONE AI MINIMI, AUMENTA LA FLESSIBILITA’. COS’E’ LA FLESSICUREZZA? E SOPRATTUTTO, SARA’ IN GRADO L’ITALIA DI ASSICURARLA?

  1. Concordo con quanto hai scritto. Bell’articolo.
    La flessibilità è un’arma a doppio taglio, soprattutto in Paesi come il nostro dove non ci sono soldi per gli ammortizzatori sociali e per un salario minimo garantito. E’ giusta anche la proposta di ridurre il cuneo, ma finalizzato all’obbligo di assunzione.
    A presto.
    Quando puoi fai un salto sul mio blog: wewantwrite.blogspot.it
    Ti seguo con piacere

    Giuseppe

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