ISTAT. L’ITALIA DEVE INVESTIRE PER LA CRESCITA

 

Istat

Il governo italiano deve stimolare la crescita del Pil perché è il cattivo andamento dell’economia “il principale elemento di rischio” per la sostenibilità del debito pubblico, visto dal governo al 134,9% del Pil nel 2014. Lo scrive l’Istat sottolineando che la recessione ha diminuito le entrate fiscali e limitato pertanto gli effetti sul bilancio delle ultime manovre correttive, pari a 92 miliardi nel 2013.  “Ne consegue l’opportunità di attuare adeguate politiche per favorire la crescita economica di breve e di lungo periodo”, si legge nel rapporto annuale.

Insomma alla fine il nostro istituto di statistica boccia la politica di austerity voluta in questi anni dalla Ue ed in particolare dalla Troyka (Commissione Ue, Fmi, Bce) che ha costretto l’Italia, e non solo l’Italia, a fare quei famosi “compiti a casa” per poter ridurre, almeno a parole, il debito, il rapporto deficit/pil entro il 3% e riacquistare credibilità in ambito internazionale. L’Istat sembra così sposare l’impostazione degli economisti come Krugman ed altri neokenesiani, che da tempo chiedono la fine delle politiche di austerità ed il ritorno ad investimenti pubblici per stimolare la crescita. Ciò comporta la necessità – tra l’altro – di politiche che aumentino il tasso d’inflazione per aiutare la crescita dell’economia.

Il governo Renzi, di par suo, starebbe lavorando per far affermare a livello comunitario, delle mitigazioni ed eccezioni al rigore del pareggio di bilancio e del famoso rapporto deficit/Pil. La proposta dell’Italia partirebbe dalla possibilità di escludere dal calcolo del deficit le spese per gli investimenti e probabilmente anche quelle per la scuola e la ricerca. Altra ipotesi di cui si discute sarebbe quella di non conteggiare nemmeno il cofinanziamento dei fondi Ue, pari a circa 40 miliardi di euro. Una spinta importante per l’economia dovrebbe venire a breve anche dal pagamento dei debiti della P.A. e dall’introduzione della fatturazione elettronica, obbligatoria dal 3 giugno nelle amministrazioni centrali, e che dovrebbe accorciare i tempi di pagamento. Il Ministro del Tesoro Padoan ha fornito ieri i dati relativi ai debiti esigibili delle Pubbliche Amministrazioni al 31/12/2012  60 miliardi (di cui 24 già pagati) piuttosto che i 91 stimati sinora da Bankitalia.

Secondo l’Istat un’altra insidia è la dinamica dei prezzi al consumo. L’Istat ritiene “poco probabile” il rischio di deflazione, ma avverte che “uno scenario di crescita molto contenuta” dell’inflazione “costituisce per l’Italia, e più in generale per tutti i paesi maggiormente coinvolti nel processo di risanamento, un problema da non sottovalutare”. Cercherà di trovare una soluzione a breve la Bce, come sappiamo.

Dal rapporto emerge una critica al pareggio di bilancio strutturale, il parametro principale del Patto di stabilità europeo, che Istat definisce “molto più stringente rispetto al limite del 3% sul rapporto deficit/Pil”. Il governo ha rinviato al 2015 il pareggio strutturale, calcolato cioè al netto del ciclo e delle una tantum, indicando un obiettivo di deficit al 2,6% del Pil nel 2014 e all’1,8% il prossimo anno.

“Il saldo strutturale è un indicatore non osservabile che viene calcolato sulla base di un altro indicatore stimato: il prodotto potenziale”. Istat sottolinea che “a parità di altre condizioni, una stima più elevata della crescita potenziale comporta un migliore saldo strutturale e richiede pertanto politiche fiscali meno severe”. “Una diversa stima del prodotto potenziale potrebbe consentire di raggiungere il pareggio strutturale con livelli più elevati di indebitamento netto”, si legge nel rapporto.

 

“Nell’ipotesi estrema che la capacità produttiva nel nostro Paese non si sia modificata durante la crisi, il vincolo del bilancio strutturale in pareggio potrebbe ad esempio essere rispettato in presenza di un rapporto deficit/Pil pari al 3% nel 2014 e di poco inferiore nel 2015”, simula l’Istat.

La differenza tra questo scenario e gli obiettivi ufficiali di indebitamento “equivale a circa 5 miliardi di euro nel 2014 e ad oltre 10 miliardi nel 2015”.

RISCHI AL RIBASSO PER LA DINAMICA DEL PIL

Nel rapporto Istat conferma le stime di crescita diffuse il 5 maggio: il Pil dovrebbe quindi crescere nel 2014 dello 0,6% in termini reali, dell’1% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016.

Ora però l’Istituto aggiunge che le previsioni sono “soggette a rischi e incertezza derivanti dall’andamento della domanda globale, dalle condizioni di accesso al credito e dagli effetti delle politiche economiche”.

Il governo stima un tasso di crescita di 0,8 punti percentuali nel 2014, a fronte dello 0,5-0,6% indicato da tutti i principali previsori internazionali: Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Ocse.

L’aumento del Pil sarebbe guidato quest’anno “in larga misura dal contributo della domanda interna al netto delle scorte (+0,4 punti percentuali)”. Più contenuto che nel recente passato il contributo della domanda estera netta. Alla dinamica del Pil non è estranea la struttura del sistema fiscale. Istat dice che “nel 2011 l’Italia presenta una tassazione dei consumi tra le più basse d’Europa e una tassazione su lavoro e capitale tra le più alte”. Non solo. L’Italia ha ampliato la distanza rispetto alla media dell’Eurozona riguardo alla tassazione sul capitale, la cui aliquota effettiva si colloca nel 2011 al 33,6%, quasi 5 punti percentuali sopra la media.

 

 

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