QUEL CONSOCIATIVISMO MAI ABBANDONATO.

italia_tricolore

 

Il consociativismo è un male considerato tipico della cosiddetta Prima Repubblica. Secondo Piero Melograni, storico e politico scomparso nel 2012, “consociativismo è termine nuovissimo, ancora assente in molti dizionari della lingua italiana, ed è sinonimo di consociazionismo, vale a dire della <tendenza a coinvolgere nelle decisioni di governo tutte le forze politiche più influenti, indipendentemente dalla distinzione tra maggioranza e opposizione>. Mentre un’alleanza di governo unisce le forze politiche alla luce del sole, il consociativismo le unisce nell’ombra” (I vincoli del consociativismo, Il Sole 24 Ore, 1999) .

Nell’articolo pubblicato quindici anni orsono dal giornale confindustriale, Melograni continua a fornire l’illustrazione – reale – di quello che è stato il consociativismo nell’esperienza italiana della Prima Repubblica. L’autore, innanzitutto, ritiene opportuno effettuare una distinzione tra un consociativismo fisiologico, o naturale, e un consociativismo patologico o anormale. Il fisiologico – spiega lo storico – ha una portata limitata e consente alle democrazie di sopravvivere. Il patologico, viceversa, fa sì che un sistema democratico-parlamentare non abbia più ricambi, isterilisca e degeneri”.

Negli anni della cosiddetta Prima repubblica, l’Italia ha sicuramente sofferto di un consociativismo patologico poiché in essa  la parte più consistente dell’opposizione ha rinunciato alla concorrenza e al ricambio. L’Italia, infatti, era uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale e si trovò collocata all’interno della sfera di influenza occidentale, filoamericana, filocapitalista, anticomunista. I suoi Governi, pertanto, dovettero schierarsi in senso filooccidentale. L’unica opposizione sufficientemente numerosa per fare concorrenza a quei Governi era dominata dal Partito comunista, vale a dire da un partito ideologicamente, disciplinarmente, nonché finanziariamente legato alla sfera comunista sovietica. É vero che tra il Pci e l’Urss si produssero in quegli anni alcuni conflitti, ma non ci fu mai una vera rottura. Il Pci, difatti, cambiò nome e simbolo nel 1991, dopo il crollo del Muro di Berlino.

Il consociativismo patologico italiano fu determinato proprio – continua Piero Melograni – dai legami esistenti tra il Pci e la sfera sovietica. Se infatti alcuni rappresentanti del Pci fossero diventati ministri, l’accordo internazionale sulle sfere di influenza sarebbe entrato in crisi e la pace mondiale sarebbe stata messa in pericolo. Di conseguenza, non soltanto gli Stati Uniti, ma anche l’Unione Sovietica vegliarono affinché l’Italia non uscisse dalla sfera di influenza occidentale e il Pci non si permettesse di entrare in alcun Governo. Mosca poteva consentire al Pci di sostenere “dall’esterno” un Governo democristiano (come infatti accadde nel 1978, con il quarto Governo Andreotti), ma doveva proibirgli di spingersi oltre. Il sistema politico italiano avrebbe potuto superare questo consociativismo patologico soltanto se il Pci avesse mutato nome e natura alcuni anni prima del 1992, oppure se l’elettorato comunista avesse riversato altrove i suoi voti. Al Pci, quindi, non restò altro da fare che amministrare le proprie forze al fine di attuare, con la Democrazia cristiana e con gli altri partiti di governo, una forma di consociazione che, in alcuni periodi, non fu neppure nascosta. Il Pci si dichiarò ideologicamente estraneo ai valori della civiltà occidentale e conservò uno stretto legame con i potenziali nemici dell’Occidente, ma nello stesso tempo riuscì a diventare compartecipe di quasi tutte le scelte del Governo filooccidentale … Lo schieramento dominato dal Pci, tuttavia, non esercitò quei controlli che un’opposizione normale, desiderosa di governare al più presto e in prima persona, è solita esercitare, così che i vizi del sistema politico e amministrativo si incancrenirono. Maggioranza e opposizione finirono per mettersi segretamente d’accordo nel coprire le numerose magagne del sistema e nel distribuire le risorse pubbliche oltre i limiti consentiti da una retta gestione del bilancio. In tale perverso gioco, l’opposizione poté perfino compiacersi del “tanto peggio, tanto meglio” dato che, alla fin fine, avrebbe potuto sperare di far ricadere la responsabilità del “peggio” sugli altri, dato che la pubblica opinione, in vasta misura, non si rendeva conto dei legami consociativi”. 

Soffermiamoci su alcune parole in particolare: “Maggioranza e opposizione finirono per mettersi segretamente d’accordo nel coprire le numerose magagne del sistema e nel distribuire le risorse pubbliche oltre i limiti consentiti da una retta gestione del bilancio”.

Democrazia Cristiana e Partito Comunista innanzitutto, nella loro qualità di partiti beneficiari del numero più alto di suffragi elettorali e poi, in seconda battuta, gli altri quattro partiti minori del Pentapartito (Psi, Psdi, Pri, Pli) dunque sono stati i maggiori responsabili dello sfascio delle finanze pubbliche visto che, appunto, le risorse pubbliche venivano distribuite oltre i limiti consentiti dal principio di sana e prudente gestione dei conti pubblici. Non è forse un caso che il debito pubblico italiano, a partire dal primo governo Craxi (Anni ’80) sia cresciuto a dismisura, non solo a causa dell’elevata evasione fiscale (male ancora fortemente presente) e del crescente importo degli interessi da corrispondere ai vari finanziatori del debito pubblico (tra cui i c.d bot people e gli investitori istituzionali – banche – italiani e stranieri detentori di titoli governativi), ma anche per la crescita esorbitante della spesa necessaria per finanziare e sostenere un apparato pubblico abnorme e talvolta anche parassita. La spesa pubblica in Italia è gradualmente cresciuta negli ultimi trent’anni, anche se nella prima metà degli Anni ’80 la stessa si collocava intorno al 50% del Pil, niente dunque rispetto alle attuali percentuali (oltre il 130% del Pil). Le principali istituzioni pubbliche ed economiche del Paese sono state gestite e vengono tuttora gestite spesso e volentieri applicando le regole del c.d. manuale Cencelli: una cosa a me, un’altra a te. Così è ed è stato, per esempio, nella gestione delle Asl e delle municipalizzate, così nella gestione, soprattutto nell’ultimo decennio, delle scalate alle banche ed alle case editrici.

Il consociativismo, inoltre, ha prodotto i suoi effetti nefasti con “Mani Pulite”, negli Anni ’90, con quel sistema scellerato e delinquenziale di gestione di gare ed appalti truccati e mazzette ai politici, che avevano come conseguenza anche quella di far spesso lievitare il costo dei lavori e delle forniture, a discapito dei conti pubblici. Le indagini portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico, economico e finanziario italiano. Stiamo parlando di Tangentopoli. Questo sistema interessò quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale, ed in particolare quelli del pentapartito ma anche il Pci, che era formalmente all’opposizione. Fu indagato anche dalla Procura della Repubblica di Milano , che ne chiese la condanna, l’allora tesoriere del Pci-Pds, Marcello Stefanini (che morì per un’emorragia cerebrale nel 1994) per una tangente versata da Raul Gardini al “compagno G”, Primo Greganti. 

In tempi più recenti certamente una gestione di stampo consociativo ha interessato le scalate bancarie: ci riferiamo, in particolare, al caso Unipol-Bnl. Nel 2004, dopo il fallimento dell’operazione Monte dei Paschi di Siena-Bnl, il capitalismo nostrano, sostenuto dall’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, doveva e voleva impossessarsi del controllo di due importanti banche italiane, l’Antonveneta e Banca Nazionale del Lavoro. Nel capitale di entrambe vi erano partecipazioni qualificate di investitori esteri: in Banca Antoniana Popolare Veneta (Antonveneta) l’olandese Abn Amro, che chiese a Bankitalia l’autorizzazione a salire dal 12,5% al 20%, per diventarne così il maggiore azionista, mentre in Banca Nazionale del Lavoro (Bnl) gli spagnoli del Banco de Bilbao y Vizcaja Argentaria (BBVA) possedevano il 15% del capitale. Fu lanciata un’Opa dalle banche straniere per avere la totalità del controllo su Antonveneta e Bnl, ma l’operazione fu contrastata proprio dalla Banca d’Italia che, unitamente alla politica locale, non voleva che le banche passassero in mano straniera. Fu così data alla Banca Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani (legato al centro-destra) ed alla Unipol Banca di Consorte (legata all’universo delle cooperative rosse ed ai Ds) di farsi strada nel capitale delle due succulente prede, pur non avendo i necessari requisiti e coefficienti economico-patrimoniali. Banche di dimensioni più piccole non possono infatti acquistare banche più grandi! Anche i famosi “furbetti del quartierino” (su tutti Stefano Ricucci e l’immobiliarista Danilo Coppola), svolgono un ruolo fondamentale e come guastatori e come finanzieri sia in Bnl che in Antonveneta, per realizzare gli obiettivi dei loro veri mandanti. Alla fine scoppia la scandalo, a livello politico come a livello giudiziario, per cui il governatore Fazio ed il Ministro del Tesoro Tremonti sono costretti alle dimissioni. Saranno però anche i capri espiatori del sistema, che pone infatti al Mef, in sostituzione di Tremonti, l’economista Domenico Siniscalco, trait d’union tra il centrodestra berlusconiano al governo ed il centrosinistra diessino: Siniscalco è infatti vicepresidente della Fondazione ItalianiEuropei, creata e presieduta da Massimo D’Alema e che al suo interno prevede la partecipazione anche di uomini e donne non sempre e non proprio di sinistra. Siniscalco dunque è l’uomo giusto al Mef per assicurare il compromesso tra D’Alema e Berlusconi nella gestione della politica e dell’economia italiana.

Non è poi forse consociativa la gestione di alcune grandi opere pubbliche, come per esempio, da ultimo, la Tap, il gasdotto che dovrebbe arrivare sulle coste salentine dall’Azerbaijan? Questo sembrerebbero dire alcune intercettazioni. E non è forse una riedizione del consociativismo la nuova Tangentopoli esplosa in questi giorni a Milano con riferimento ai lavori per Expo 2015? Compaiono nuovamente personaggi legati alla Tangentopoli di vent’anni fa, già condannati in quella sede. Parliamo di Gianstefano Frigerio (ex Dc ed ex Fi) e Primo Greganti, il famigerato “compagno G”, gestore delle “tangenti rosse”, quelle destinate appunto al Pci-Pds, iscritto al Pd.  Entrambi assieme ad altri, come anche l’ex senatore di Forza Italia Luigi Grillo, già coinvolto nelle vicende giudiziarie di Antonveneta e Bnl, avrebbero gestito d’accordo l’uno con l’altro, il sistema delle tangenti per far partecipare alcune imprese agli appalti dell’Expò. Tutti insieme appassionatamente, tutti d’accordo nello spartirsi la torta per percentuali. Per dirla con Piero Melograni, qui siamo di nuovo di fronte ad un consociativismo patologico.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...