SVIZZERA AL VOTO PER IL SALARIO MINIMO A 3.300 EURO

schweiz flagge

Domenica prossima, 18 maggio, i cittadini svizzeri sono chiamati a votare per un referendum che vorrebbe introdurre un salario minimo garantito intercategoriale, cioè valido per tutte le categorie produttive, di 4 mila franchi al mese, pari a circa  3.300 euro. La Svizzera è il Paese con la più bassa disoccupazione d’Europa (3,2%).

I tremilatrecento euro, comunque sono lordi, e non netti. Da quella cifra va tolto un 15 per cento di tasse e contributi vari. Poi bisogna togliere anche la Cassa malattia, che non è trattenuta in busta paga, e che ciascuno si deve fare per conto proprio. Il costo della vita in Svizzera è comunque più alto di quello italiano: nella Svizzera francese e tedesca il 30-40 per cento in più, nel Canton Ticino il 20 per cento. Comunque complessivamente, cioè compresa la Cassa malattia, il carico fiscale della Svizzera è circa del 30 per cento, quasi la metà che da noi. E quanto al costo della vita, la legge che si voterà domenica prevede che ogni singolo Cantone potrà adeguare il proprio salario minimo garantito, alzandolo. In ogni caso, se passasse il referendum di domenica la Svizzera avrebbe il salario minimo più alto del mondo: 22 franchi all’ora, pari a circa 18 euro, contro gli 8 della Francia e gli 8,5 della Germania.

I Socialisti e i Verdi, che hanno proposto il referendum insieme con l’Unione sindacale svizzera, dicono che quattromila franchi al mese non devono fare scandalo perché «siamo uno dei Paesi più ricchi del mondo». Il referendum è ovviamente ostacolato dalla classe datoriale: infatti quattromila euro al mese è pari al 64 per cento del salario medio svizzero. E, per giunta, riguarderebbe non pochi lavoratori: quelli che attualmente non raggiungono i quattromila franchi al mese sono il 9 per cento di tutti gli occupati. A prendere il salario minimo garantito sarebbero 330.000 persone in tutta la Svizzera, cioè in un Paese che ha otto milioni e centomila residenti, compresi gli stranieri che sono il 25 per cento.  Il rischio, dicono quelli del fronte del «no», è che molte imprese, visto l’andazzo, portino la produzione all’estero. Per questo anche alcuni sindacati, come i cristiano-sociali, vanno molto cauti, e non fanno campagna.  I promotori del referendum fanno però notare che in Svizzera  solo la metà dei lavoratori è tutelata da contratti collettivi. Gli altri percepiscono un salario deciso dal proprio datore di lavoro, e uno su dieci prende meno di ventidue franchi all’ora, cioè quattromila franchi al mese per chi è occupato a tempo pieno. L’Unione Sindacale Svizzera fa notare che il ricorso al referendum è stato un passaggio obbligato, determinato dalla chiusura dei padroni verso la stipula di nuovi contratti collettivi e verso la previsione di aumenti salariali su base contrattuale.

Vedremo comunque cosa accadrà domenica. I sondaggi dicono che è in vantaggio il «no».

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