NUOVO CAPITAL GAIN. INVESTITORI ITALIANI ALLA RICERCA DEI MIGLIORI RENDIMENTI.

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Come noto dal 1° luglio entrano in vigore i rincari nella tassazione dei proventi da strumenti finanziari (c.d. capital gain). In particolare, passerà dal 20 al 26% l’aliquota sulle azioni ed altri titoli (Etf, obbligazioni corporate, certificati di deposito, conti di deposito, saldo attivo di conto corrente, quote di sicav e fondi comuni di investimento), con la sola eccezione dei titoli governativi italiani ed esteri, per i quali continuerà ad essere conservata l’aliquota agevolata al 12,5%. Abbiamo in più occasioni criticato la manovra del governo, che appare punitiva anche nei confronti dei ceti medio-bassi (https://economiaefuturo.wordpress.com/2014/04/18/fondi-comuni-ed-etf-gli-effetti-delle-nuove-aliquote/).

Un rincaro certamente oneroso per investitori e risparmiatori, che il governo ritiene necessario per trovare copertura alla riduzione dell’Irap. La finanza dunque, secondo gli intendimenti dell’esecutivo, dovrebbe contribuire a finanziare il taglio del cuneo fiscale e del costo del lavoro e così, in prospettiva, anche la crescita. La nuova opzione fiscale è espressione di una chiara scelta politica di incentivo ad un più ampio collocamento dei titoli del debito pubblico presso il pubblico indistinto, oltre che presso gli investitori istituzionali. 

Prima delle nuove aliquote, vi saranno comunque eventi importanti in grado di condizionare forse anche fortemente l’economia italiana ed europea: le elezioni del Parlamento europeo il 25 maggio, con la temuta affermazione delle forze euroscettiche, da ultimo anche in paesi come la Finlandia, il consiglio direttivo della Bce del 5 giugno, che dovrebbe portare al varo di misure anche non convenzionali per arginare lo spettro della deflazione, i maxi aumenti di capitale delle banche italiane, tra cui spicca quello fino a 5 miliardi del Monte dei Paschi di Siena che, secondo le previsioni, dovrebbe avere inizio nel prossimo mese di giugno.

La manovra del governo potrebbe dunque avere effetti depressivi su risparmi ed investimenti. Ad ogni modo, i gestori delle più importanti banche italiane ed internazionali, offrono consigli diversi e variegati in tema di investimenti maggiormente profittevoli. C’è chi propone, in attesa di un possibile azzeramento dei tassi da parte della Bce, l’accumulo di posizioni su titoli industriali e ad alti dividendi, come Eni ed Enel.Se la Bce dovesse azzerare i tassi, infatti, ciò dovrebbe contribuire a smobilizzare risorse sino ad ora scarsamente utilizzate, che probabilmente verranno indirizzate verso l’acquisto di obbligazioni di società solide e ad alti dividendi, e ciò nonostante l’aumento della tassazione delle relative rendite. C’è chi consiglia di smobilizzare parte delle risorse investite in Btp per collocarle sull’azionario, in un’ottica di profittevole diversificazione.C’è chi invece consiglia di investire in bond governativi, anche stranieri (tipo Inghilterra), a tasso variabile, con preferenza per gli strumenti il cui rendimento è indicizzato all’inflazione, come i Btp Italia di recente emissione. Si consiglia anche di investire parte del portafoglio in certificati quotati con sottostanti bond, altrimenti riservati solo a istituzionali, e con cedole interessanti. Certificati non interessati da leva finanziaria e dunque non speculativi. Si consiglia anche di investire sul dollaro americano e sui Btp italiani emessi in Usd con scadenza 21 gennaio 2015 e cedola al 4,5%.

BTP. Sempre buoni i Btp a tasso fisso. Chi ha investito in titoli di Stato a tasso fisso trova un alleato nella bassa inflazione, per cui i prossimi auspicabili interventi antideflattivi della banca centrale dovrebbero far trovare in tasca ai risparmiatori cedole più consistenti. Nonostante la compressione dello spread – oggi risalito a quota 180 – e la discesa ininterrotta del rendimento sui Btp sotto il 3%, chi acquista un decennale può avere, a parità di inflazione, un rendimento reale a scadenza del 3,09% (sulla base dell’inflazione di marzo dello 0,4% mentre la stima di aprile è del 0,6%). Due anni fa, nella primavera del 2012, i ritorni reali erano inferiori al 3%, come pure nel novembre del 2011, pur con un’inflazione al di sopra del 3%. Chi ha comprato Btp nell’autunno del 2011, sopra il 6%, si ritrova cedole reali superiori al 5%, senza contare poi la plusvalenza potenziale dovuta alla risalita dei corsi.

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