POSTE ITALIANE PROSSIME ALL’IPO

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Nei prossimi mesi – presumibilmente tra fine settembre e inizio novembre – si svilupperà la quotazione in Borsa di Poste Italiane Spa, una delle più importanti ed appetibili società in mano pubblica, controllata al 100% dal Mef tramite Cassa Depositi e Prestiti. Il Tesoro conta di incassare dall’operazione non meno di 4 miliardi. Sull’operazione c’è il massimo riserbo (gli analisti che vi lavorano preferiscono l’anonimato così come l’advisor Rothschild con Lazard che si muove in parallelo). Il flottante che si intende collocare sul mercato primario dovrebbe costituire circa il 40% dell’intero capitale aziendale. La cautela è d’obbligo per due ragioni: è l’Ipo più importante dell’anno che coinvolgerà tanti risparmiatori. Ed è anche la privatizzazione Made in Italy più consistente, che potrebbe richiamare quei grandi fondi, da mesi attratti dalle basse valutazioni nell’Europa meridionale e in rotta verso l’Italia. Dunque il governo ha deciso di non passare di mano quel 40% attraverso trattativa con soggetti privati, che probabilmente avrebbe costretto il Tesoro a svalutare eccessivamente il valore della partecipazione, ma di rivolgersi direttamente al mercato. L’alienazione del 40% del capitale azionario attraverso l’Ipo, risponde, quanto meno ufficialmente, ad una necessità di abbattimento del debito pubblico: per il 40% delle Poste è stato ipotizzato un valore tra i 4 e i 5 miliardi, una forchetta che potrebbe salire, visto che non è ancora stata fatta una valutazione ufficiale di tutti gli asset. In realtà secondo alcuni il valore di tale quota oscillerebbe tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Dunque questa importante privatizzazione priverebbe lo Stato di consistenti danari. Le Poste, che prestano servizi pubblici essenziali, bene farebbero, depurate di inefficienze e corruttele, a continuare ad essere gestite dalla mano pubblica. Per di più, e non a caso, l’art. 43 della Costituzione Italiana dispone che, “a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire (…) allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese,che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

Non va sottaciuto, inoltre, che Poste Italiane, con il denaro raccolto dalle varie filiali ed agenzie sparse su tutto il territorio nazionale, va a costituire una consistente dotazione in favore di Cassa Depositi e Prestiti, che controlla direttamente o per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, società strategiche per l’economia del Belpaese, come le stesse Poste Italiane.CDP è azionista di riferimento del Fondo Strategico Italiano (FSI) che opera acquisendo quote di imprese di “rilevante interesse nazionale”, in equilibrio economico-finanziario e con prospettive significative di redditività e di sviluppo. CDP è inoltre il principale azionista di ENI SpaTERNA Spa e SNAM Spa. Possiede il 100% di SACE Spa, il 76% di SIMEST spa, il 100% di FINTECNA SpaCassa Depositi e Prestiti utilizza la raccolta postale per finanziare le società partecipate e per sostenere la crescita del Paese: finanzia parte consistente degli investimenti delle Pubbliche Amministrazioni, come i mutui contratti a condizioni agevolate dagli enti locali, mette a disposizione del sistema bancario la provvista necessaria per concedere finanziamenti a condizioni migliori rispetto a quelle di mercato per famiglie ed imprese; circostanza quest’ultima di non poco momento, considerato che in questi ultimi anni le banche hanno praticamente chiuso i rubinetti del credito (credit crunch), per cui parte significativa dei finanziamenti erogati dagli intermediari attinge dalla provvista Cdp. Già Saccomanni (governo Letta) diceva di voler privatizzare le Poste per ridurre il debito pubblico, mentre è evidente come il debito pubblico sia solo l’alibi per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale. La vendita del 40% di Poste Italiane porterebbe infatti il debito pubblico da 2.068 a 2.064 miliardi, e nel contempo eliminerebbe un’entrata annuale stabile di almeno 400 milioni/anno (essendo l’utile di Poste Italiane pari a 1 mld) (Marco Bersani, Lo smantellamento del servizio postale per quattro soldi, http://comune-info.net/2014/01/il-postino-smettera-di-sunare/) (vedi FISCAL COMPACT, TROIKA E PRIVATIZZAZIONI: NUOVI PERICOLI PER I LAVORATORI ITALIANI ED EUROPEI http://anticapitalista.org/2014/02/04/fiscal-compact-troika-e-privatizzazioni-nuovi-pericoli-per-i-lavoratori-italiani-ed-europei/).

Il gruppo è composito e fonda l’80% dei propri ricavi dalle attività di raccolta e gestione del risparmio, specie in ambito assicurativo. Ci sono aree tradizionali, poi, come la corrispondenza e le spedizione che presentano al momento voci in perdita ma che possono beneficiare dello sviluppo dell’e-commerce, che in Italia ha una penetrazione solo del 2% contro un 15% di quella nel Regno Unito. «Come investitore vedo del valore – spiega Tommaso Federici, responsabile gestioni patrimoniali di Banca Ifigest, a Il Sole 24 Ore – i dati sono molto buoni e, in un contesto di spread bassi, dare nuova carta e nuovi titoli sarà positivo ed è destinato ad avere successo. Tutte le quotazioni stanno andando bene non solo sul primario. Inoltre, una volta quotata, la maggiore trasparenza richiesta consentirà di dare visibilità anche ad altri titoli di Poste Italiane come le obbligazioni. Qualcuno critica il fatto che rastrellare solo 5 miliardi farà ben poco per il bilancio dello Stato. In realtà, parte di questo denaro fresco potrebbe essere utilizzato per dare più agio alle politiche economiche. Il mercato si aspetta che la valutazione non sia eccessiva e neppure troppo bassa, insomma fair. Come sempre in base alla domanda degli istituzionali si aggiusterà il prezzo. Mi aspetto che se ci sarà una domanda molto alta, il prezzo si alzerà. Mi auguro con un piccolo scarto a premio perché il titolo salga subito».

Se si raggiungessero i 5,5/6 miliardi, la capitalizzazione di Borsa salirebbe a circa 15 miliardi e il titolo entrerebbe nel mirino di quei fondi ed Etf che, investendo a Piazza Affari, se lo ritroverebbero nell’indice Ftse Mib. Se dunque gli investitori sono alla finestra, non sono da meno i dipendenti. Oltre 143mila addetti sui quali da anni le Poste hanno fatto quadrato per sviluppare la figura del consulente specialista che oggi, quando preparato e grazie a un’offerta prodotti spesso meno costosa di quella bancaria, incontra spesso il favore di quella clientela in cerca di soluzioni semplici e immediate. Il risultato si vede dai ricavi. Fino ad oggi i sindacati hanno contestato ipotesi di spacchettamento aziendale (come la quotazione della sola PosteVita) e hanno chiesto una governance volta a garantire che Poste restino public company con lo Stato azionista al 60 per cento.

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