UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA: LO SPETTRO DELLA DEFLAZIONE

Guido Tabellini

Tradizionalmente per inflazione si intende l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta. Non sembra essere proprio il caso dell’Italia e dell’Unione Monetaria Europea (Uem) in genere che, anzi, sono a forte rischio di deflazione. La deflazione è  una diminuzione del livello generale dei prezzi. 

La deflazione deriva dalla debolezza della domanda, cioè un freno nella spesa di consumatori e aziende, che, in regime di deflazione, sono incentivati a posporre gli acquisti di beni e servizi non indispensabili, con l’aspettativa di ulteriori cali dei prezzi, con l’effetto di innescare una spirale perversa volta al ribasso dei prezzi. Le imprese, infatti, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori. La riduzione dei prezzi comporta per gli operatori economici una decrescita del fatturato. Ne deriva il tentativo da parte delle imprese di ridurre i costi, attraverso la diminuzione dei costi per l’acquisto di beni e servizi da altre imprese, del costo del lavoro e tramite un minor ricorso al credito. L’andamento deflativo dei prezzi tende a verificarsi come conseguenza di una recessione per la diminuzione della domanda aggregata di beni. Il nostro paese e buona parte del Vecchio Continente sono interessati o sono stati interessati fino a tempi recenti da una preoccupante recessione.

Dalle premesse teoretiche sopra esposte, è facile comprendere come recessione e deflazione comportino conseguenze nefaste per l’economia ed anche per l’occupazione, con un aumento del ricorso al lavoro precario e sottoretribuito, e con l’aumento preoccupante della disoccupazione. Non è forse un caso che il governo Renzi stia proseguendo con il Jobs Act che, nel primo round, quello del decreto legge Poletti, ha previsto un cospicuo ricorso allo strumento del contratto di lavoro a termine, che solo teoricamente dovrebbe interessare non più del 20% della forza lavoro di un’azienda in un dato momento (la sanzione pecuniaria sino ad un massimo del 50% della retribuzione del lavoratore occupato a tempo indeterminato per ogni contratto a termine oltre la soglia del 20% è sanzione poco adeguata rispetto all’originaria previsione dell’automatica conversione dei contratti a tempo eccedenti la soglia in altrettanti contratti a tempo indeterminato) e del contratto di apprendistato, che obbliga l’azienda all’assunzione del 20% degli apprendisti a tempo indeterminato, ma solo nelle imprese da 50 dipendenti in sù. Sembrano proprio previsioni che vanno incontro, oltre che a generiche esigenze di taglio dei costi del lavoro, ad una condizione macroeconomica deflattiva, sì da assecondare anche legislativamente l’andamento negativo dell’economia ed il suo impatto sul mondo e sul mercato del lavoro.

Il Sole 24 Ore di ieri, domenica 11 maggio, ha ospitato in prima pagina un interessante editoriale a firma di Guido Tabellini, docente di Economia Politica alla Bocconi di Milano, dal titolo Se la Bce fallisce sulla stabilità dei prezzi. Già dalle prime lettere dell’articolo si legge una constatazione, più che una critica, circa il fallimento della politica monetaria europea, la cui responsabilità pertiene alla Banca Centrale Europea (Bce), che starebbe mancando, secondo l’autorevole economista, l’obiettivo di stabilità dei prezzi, che la stessa Bce ha definito come un’inflazione vicino e poco sotto il 2% (mentre il Fmi si spinge fin quasi il 4%, come abbiamo ricordato anche nell’articolo Aumentare il tasso d’inflazione per aiutare l’economia (https://economiaefuturo.wordpress.com/2014/04/22/aumentare-il-tasso-dinflazione-per-aiutare-leconomia/).

“Prendendo per buone le ultime previsioni della Commissione Europea – scrive Tabellini –  a fine 2015 l’area euro sarà stata per tre anni consecutivi con un’inflazione intorno all’1%, e il livello generale dei prezzi sarà circa il 3% più basso rispetto a quanto sarebbe stato con un’inflazione del 2%. Poiché l’obiettivo del 2% è incorporato nelle aspettative di inflazione degli operatori economici, questo vuol dire che tra il 2013 e il 2015 vi sarà stato uno shock deflazionistico di circa il 3%. Sembra una cosa da poco, ma non lo è. A fine anno, il debito pubblico italiano sarà circa il 135% del Pil. A parità di tutto il resto, uno shock deflazionistico del 3% fa salire il debito pubblico di quasi 4 punti percentuali del Pil, pari a oltre 60 miliardi. Cioè, solo con riferimento alla finanza pubblica, la minore inflazione che avremo avuto tra il 2013 e il 2015 ci costerà ogni anno più della manovra appena varata dal governo Renzi. A questi effetti si aggiungono poi i costi sopportati dal settore privato, che sono più gravi anche se più difficili da quantificare.

Lo shock deflazionistico riduce anche la crescita economica, molto probabilmente durerà oltre il 2015 e potrebbe rivelarsi più grave di quanto stimato dalla Commissione Europea, e in Italia l’inflazione ha rallentato più che nell’area euro. Nelle circostanze attuali, evitare un calo prolungato del l’inflazione è obiettivamente difficile.

Secondo Guido Tabellini i problemi, però sono più di stampo politico che tecnico: “La politica monetaria europea può ancora attivare diversi strumenti per contrastare il rallentamento dell’economia e lo shock deflazionistico. Il taglio del tasso d’interesse e l’applicazione di un tasso lievemente negativo sulle riserve bancarie, che tutti ora si aspettano per giugno, poteva e doveva avvenire mesi addietro. La BCE può contrastare la riduzione della base monetaria tutt’ora in corso attraverso l’acquisto di titoli di stato (il cosiddetto quantitative easing) e di titoli collateralizzati emessi dal settore privato, e rinnovando l’offerta di liquidità bancaria con scadenza a lungo termine e finalizzata al finanziamento alle imprese”.

Infine, per aumentare l’effetto di annuncio di questi provvedimenti, la BCE può comunicare che l’obiettivo di inflazione sarà temporaneamente alzato sopra il 2% per alcuni anni, almeno fino a quando il livello dei prezzi dell’area Euro non sarà tornato sul sentiero desiderato e il divario accumulato in questi anni non sia stato colmato. A parità di tassi di interesse, infatti, un aumento dell’inflazione attesa facilita la ripresa dell’economia.

Molti di questi interventi  – spiega il professore –hanno alcune controindicazioni tecniche, e la loro efficacia è probabilmente modesta. Ma l’esperienza recente delle banche centrali di Stati Uniti, Inghilterra e Giappone insegna che l’inazione è un’alternativa peggiore. Se la BCE finora ha deciso di non seguire la strada delle altre banche centrali, ciò è soprattutto per ragioni politiche. Questi strumenti non convenzionali attenuano la distinzione tra politica monetaria e fiscale, espongono il bilancio della BCE a dei rischi, e arrecano benefici soprattutto ai paesi del Sud Europa dove lo shock deflazionistico è più intenso. Anche se formalmente la BCE è indipendente dalla politica, gli interessi nazionali contrastanti si riflettono dentro il Consiglio della BCE, e il risultato è una politica monetaria inadeguata ad affrontare le circostanze eccezionali in cui ci troviamo“.

Va aggiunto infine che i vincoli posti dalla normativa fiscale europea – fiscal compact – ai bilanci ed alle spese degli Stati, finisce spesso per mortificare iniziative anche solo locali e periferiche finalizzate agli investimenti per la crescita. Gli investimenti sono considerati ancora nel computo del debito pubblico e quindi nel famoso rapporto del 3% deficit/Pil, ma sarebbe giusto che gli stessi ne venissero esentati, in modo tale da consentire di aiutare le imprese e di creare nuova occupazione preferibilmente stabile. Sarebbe pure opportuno disporre di maggiori fondi da destinare ai redditi dei lavoratori, anche al fine di far ripartire la domanda interna.

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