FESTA DEL LAVORO ALL’INSEGNA DELLA DISOCCUPAZIONE E DEL PRECARIATO.

May Day 1962

 

Domani,come ogni anno, si festeggia il 1° maggio, Festa del Lavoro. Lo stesso articolo 1 della nostra Costituzione recita che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Tanto democratica, aggiungo non io ma tanti scienziati della politica e giuristi, quanto sia raggiunta pienamente o quasi integralmente la c.d. massima occupazione. Gli Uffici di Collocamento, per altro, furono istituiti proprio al fine di garantire la massima occupazione, attraverso anche la fondamentale e qualificata intermediazione del pubblico tra chi offre lavoro e chi lo cerca, trascurando poi il fatto che tali uffici, soprattutto in alcune enclavi italiane, siano diventati scarsamente efficienti ed ennesimo strumento di assunzioni clientelari.

Mi sembra un po’ peregrino discutere degli allarmanti dati della disoccupazione, al 12,7% e con punte di quasi il 43% nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 24 anni. Scontato ribadire che una buona parte dei disoccupati risiedono nel centro-sud e che molti sono ormai scoraggiati ed hanno cessato di cercare lavoro. Altrettanto notorio è il fatto che tantissimi pensionati, quelli che hanno già dato o che sono a riposo per vecchiaia o per qualche disabilità, vivono con pensioni al di sotto dei mille euro mensili. Pertanto una Repubblica democratica dovrebbe assumersi la responsabilità di intervenire con prontezza ed efficacia non solo nei confronti dei tantissimi giovani disoccupati, ma anche nei confronti dei pensionati in stato di indigenza o quasi indigenza che pure, in un contesto socio economico grave come quello attuale, spesso contribuiscono al mantenimento di figli e nipoti senza mezzi economici.

Il governo Renzi, da poco insediatosi, ha risposto con il bonus Irpef da 80 euro per una vasta platea di lavoratori dipendenti (circa 10 milioni di persone), che può considerarsi un buon inizio ma che rischia di essere neutralizzato soprattutto dall’inesorabile incremento di tasse ed imposte locali e regionali, e con il c.d. Jobs Act, decreto legge a firma del Ministro del Welfare Poletti, che ha incassato negli scorsi giorni la fiducia della Camera dei Deputati, e che attende nei prossimi giorni la ratifica del Senato. Prima di entrare nel dettaglio del decreto legge, vorrei anticipare che lo stesso si sofferma in particolare sugli strumenti del contratto a termine e del contratto di apprendistato.

Il contratto a termine ha durata massima 36 mesi, prorogabile nell’arco dei 36 mesi per massimo cinque volte (nella prima versione le proroghe consentite erano 8). Questo contratto è detto “acausale”, nel senso che il datore di lavoro non ha l’obbligo di giustificare i motivi per cui intende assumere il dipendente a termine piuttosto che a tempo indeterminato. Il contratto può essere sciolto in qualsiasi momento senza giusta causa o giustificato motivo. I contratti a termine devono riguardare massimo il 20% della forza lavoro dell’azienda. In caso contrario, i contratti eccedenti, secondo la prima versione del decreto, si trasformerebbero in contratti a tempo indeterminato. Pare però che Ncd sia riuscita a strappare a Poletti  un’eventuale sanzione pecuniaria in luogo del pericoloso tempo indeterminato.

Il contratto di apprendistato è uno strumento di inserimento, certamente, ma viene prevista, salvo diverse previsioni dei contratti collettivi,  una retribuzione troppo bassa, pari al 35%, sia per le ore di lavoro che per le ore di partecipazione ad attività formativa. L’assurdità del decreto, che dovrà essere rivisto per non essere bocciato, almeno in questo punto, dalla Commissione Ue, è che la formazione non è di fatto obbligatoria. Quel testo, infatti, stabilisce che in mancanza di un progetto formativo da parte delle Regioni entro 45 giorni dal contratto, l’imprenditore possa fare a meno della formazione. Questo però snaturerebbe il contratto per il quale, e proprio perché c’è la formazione esterna non on the job, sono previsti significativi sgravi contributivi. Potrebbe così, per accordo tra i partiti di maggioranza, saltare l’obbligo della stabilizzazione di una quota di apprendisti e ritornare l’obbligo della formazione per gli apprendisti.
Il Jobs Act non fa altro che conferire ulteriore precarietà al lavoro, con l’obiettivo – almeno quello dichiarato – di incrementare l’occupazione, rendendo però  meno tutelati e garantiti i lavoratori ed anche, di fatto, meno retribuiti. E’ un vero e proprio attacco al lavoro dipendente ed uno strumento di ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro. In questo modo la legislazione giuslavoristica italiana si avvicina, almeno in parte, a quella “flessibile” di altri Paesi europei, come Germania (vedi minijobs) e Gran Bretagna, venendo incontro alle richieste della troika e soprattutto della Commissione Ue, che ha chiesto all’Italia riforme strutturali (lavoro e privatizzazioni, in particolare) in cambio dello sblocco di 3-5 miliardi di euro da destinare alla crescita. Meglio sarebbe stato conservare l’attuale impalcatura, strutturata attorno al contratto a tempo indeterminato, riducendo il costo del lavoro con sgravi fiscali per le nuove assunzioni e con un taglio più generoso al cuneo fiscale sia per i lavoratori che per i datori di lavoro (anche con il ritorno dei contratti di formazione e lavoro), prevedendo come vere eccezioni, motivate e non acausali, i contratti a termine (in coincidenza, per esempio, con lavori stagionali), facendo resuscitare poi l’obbligo di stabilizzazione dopo massimo 36 mesi, come previsto dalla legge Damiani. Lo scioglimento anticipato, che corrisponde di fatto ad un vero e proprio licenziamento, dovrà essere sorretto dalla ricorrenza di una giusta causa o di un giustificato motivo. Sarà il caso, poi, di far ritornare ad essere effettivo l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, estendendolo anche alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti.

Insomma credo che nuovo lavoro si crei non con nuove forme di precariato, che avvicinano il nostro Paese anche a quelli dell’Est Europa e dell’Estremo Oriente, con i quali pur dobbiamo competere, ma con un nuovo Welfare che parta dalla reintroduzione della scala mobile, sino al reddito di cittadinanza ed al salario minimo garantito, alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, peraltro già sperimentata favorevolmente – da ultimo – negli uffici del comune di Goteborg in Svezia.  Maggior danaro e più intense tutele per i lavoratori che contribuirebbero a riavviare i consumi ed a creare nuovi posti di lavoro in Italia. Per il resto, pur condividendo la spending review di Cottarelli per la riduzione della spesa pubblica, quanto meno di quella iniqua ed inutile, ritengo che sia necessario maggiore coraggio per abbattere gli ingiusti privilegi dei manager delle società pubbliche quotate in Borsa od emittenti strumenti finanziari quotati in mercati regolamentati, che percepiscono compensi spesso superiori al milione di euro, che pure dovranno essere ricondotti a massimo 240 mila euro lordi annui, come fissato per le altre società pubbliche. Ulteriori fondi per la rinascita sociale e civile del Paese andrebbero reperiti, inoltre, dalla difesa, con la riduzione delle spese militari e con l’abbandono delle c.d. missioni di pace internazionali,  da una più intensa tassazione delle rendite finanziarie, in particolare di quelle più consistenti e dei manager di società pubbliche e private, dalla lotta senza confini all’evasione fiscale – che vale 180 miliardi all’anno – ed alla corruzione, che vale più di 30 miliardi all’anno. Si è parlato anche dell’Iva percepita dallo Stato in conseguenza delle attività di risparmio energetico e di ristrutturazione edilizia, che solo nel 2013 sono valse 4,5 miliardi di euro, e che per quest’anno potranno arrivare almeno a 7 miliardi. Per l’estate Il Tesoro attende  inoltre 3 miliardi di euro – in uno a 120 milioni a titoli di interessi – da Monte dei Paschi di Siena, a titolo di restituzione di 3 su 4 miliardi di prestito governativo elargito con i Monti bond.

Le risorse insomma, per assicurare a tutti – o quasi – un lavoro ed un’esistenza libera e dignitosa, ci sarebbero. Dipende in che direzione queste risorse vengono canalizzate. Per poter far meglio ciò, va inoltre spezzato il vincolo dell’obbligo di pareggio di bilancio, inserito in Costituzione nonostante i Trattati non ci obbligassero espressamente, e  quello del Fiscal Compact, con l’obbligo di ridurre di un ventesimo all’anno il debito pubblico, sì da renderlo entro massimo ventanni, pari al 60% del Pil.

Infine, va purtroppo segnalato un generalizzato arrettramento dei tre sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil) in tema di diritti ed agibilità sindacali. E’ stato infatti siglato, lo scorso 10 gennaio, da Confindustria e le tre sigle confederali, un Accordo disciplinante la rappresentanza nei luoghi di lavoro e la vincolatività dei contratti collettivi nazionali che cozza con la partecipazione democratica e con il dettato costituzionale, inserendo pericolosi elementi di autoritarismo anche nei rapporti interni ai sindacati.

 

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