DECRETO LEGGE IRPEF TRA PROMESSE MANTENUTE E COPERTURE DA TROVARE.

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E’ stato approvato ieri il decreto legge del governo sul credito ai dipendenti: il famoso bonus da 80 euro per i più bisognosi, che andrebbe a scendere gradualmente man mano che si arriva al fatidico tetto dei 25mila euro lordi. La misura interessa 10 milioni di lavoratori italiani ed in tal senso Matteo Renzi ha saputo e voluto mantenere la promessa data, anche se, almeno per ora, sono stati lasciati fuori gli incapienti, cioè i titolari di redditi inferiori a 8mila euro, e le partite Iva.

Il presidente del Consiglio definisce questo “storico” intervento come una misura strutturale; invece, andando a leggere per bene nelle pieghe del decreto, non trattasi di misura strutturale, bensì, almeno per il momento, di una misura una tantum. Infatti, l’articolo 1 del decreto afferma che dal 1° gennaio 2015 l’effetto del bonus si esaurisce. L’art. 52  istituisce poi un Fondo per rendere permanente il beneficio fiscale, ma l’obiettivo viene rimandato alla prossima legge di stabilità, cui spetterà, in buona sostanza, reperire i giusti quattrini – si parla di 10 miliardi di euro –  e contribuire a rendere permanente, e quindi strutturale, la misura del bonus.

Come osserva acutamente Fabrizio Forquet nell’editoriale di oggi de Il Sole 24 Ore, “è vero che sia Renzi che Padoan ieri hanno elencato le coperture potenziali anche per il 2015, ma la tabella fornita alla stampa da Palazzo Chigi ne evidenzia la genericità e la debolezza: dai 5 miliardi sull’acquisto dei beni e servizi ai 3 iscritti a un ipotetico recupero di pressione fiscale”. Viene tutto rinviato ad autunno, in sede di redazione della legge di stabilità, ma ci sarebbero perplessità anche sulle coperture per l’anno in corso. Lascia perplessi il taglio a beni e servizi per 6,9 miliardi, che somiglierebbe ad un intervento di natura lineare, come anche il prelievo per quasi 2 miliardi dalle banche in relazione alle quote rivalutate in Bankitalia, anche perché pure questa è una misura una tantum, visto che è appunto collegata all’avvenuta rivalutazione, sulla quale dunque non può farsi affidamento per il futuro.

In un’ottica generale e di equità sociale, va detto che il governo intende finanziare il taglio dell’Irap, che interesserà più soggetti giuridici (società) che imprese individuali, con l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, che passano al 26% dall’attuale 20%, ad eccezione dei titoli governativi (12,50%). L’aumento interesserà anche il saldo attivo dei conti correnti – che pure passerà dal 20 al 26% – con grave danno per l’economia generale. E’ evidente che l’obiettivo che si pone il governo è quello di, oltre che reperire la copertura finanziaria per il taglio Irap, anche quello di convogliare gli investimenti, compresi quelli dei correntisti, sui titoli di Stato, in modo da poter sostenere sempre più e sempre meglio il nostro debito pubblico. In sé questa potrebbe essere un’operazione lodevole. In realtà,  l’aumento della tassazione avverrà tout court , a danno di ogni categoria di investitori, recando nocumento soprattutto ai piccoli risparmiatori, che si vedranno tassati anch’essi al 26%. Il governo non ha posto paletti che graduassero l’aliquota fiscale in ragione dei diversi patrimoni investiti, che avrebbe invece consentito di perseguire obiettivi  di equità sociale.

Infine, benché sia apprezzabile la disposizione che pone un tetto massimo alle retribuzioni nella Pubblica Amministrazione a 240 mila euro annui, il governo ha dimostrato scarso “coraggio” nei confronti delle faraoniche retribuzioni dei manager delle società partecipate quotate in Borsa o emittenti titoli obbligazionari, per cui questi limiti non valgono, anche se sono state annunciate sforbiciate del 25% rispetto alle già milionarie retribuzioni. Ci aspettiamo quindi a stretto giro un intervento anche su questo argomento.

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