FONDI COMUNI ED ETF. GLI EFFETTI DELLE NUOVE ALIQUOTE.

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Dal primo maggio entrerà in vigore, salvo sorprese, la riforma del governo Renzi in materia di tassazione delle rendite finanziarie che prevede, come noto, il passaggio del capital gain dall’attuale 20% al 26%. Un rincaro certamente oneroso per investitori e risparmiatori, che il governo ritiene necessario per trovare copertura alla riduzione dell’Irap. La finanza dunque, secondo gli intendimenti dell’esecutivo, dovrebbe contribuire a finanziare il taglio del cuneo fiscale e del costo del lavoro e così, in prospettiva, anche la crescita.

L’aumento al 26% riguarderà oltre che le azioni, anche le altre forme di investimento, a partire da fondi comuni, Etf e Sicav. Solo i titoli di Stato rimarranno tassati al 12,5%, espressione di una chiara opzione politica di incentivo ad un più ampio collocamento dei titoli del debito pubblico presso il pubblico indistinto, oltre che presso gli investitori istituzionali. Le ricadute sui sottoscrittori di fondi comuni d’investimento, Sicav, Etf ma anche polizze vita e gestioni patrimoniali potranno essere attenuate, anche in piccola parte, dal particolare regime impositivo di questi strumenti finanziari. Il precedente riordino della tassazione delle rendite finanziarie, varato da Tremonti ed entrato in vigore nel 2012, ha previsto l’aliquota agevolata del 12,5% per la parte di rendimento che gli strumenti di risparmio gestito ricavano da investimenti in titoli governativi italiani ed esteri. Nel definire le modalità di individuazione della quota di proventi riferibili ai titoli di Stato con relativa aliquota impositiva agevolata, il Tesoro ha emanato un decreto attuativo nel quale si è indicato di considerare su base forfettaria la percentuale media dell’attivo rilevata sugli ultimi due prospetti contabili redatti entro il semestre solare antecedente alla data di distribuzione dei proventi, di riscatto, cessione o liquidazione delle quote. Indicazioni seguite dalle Sgr che, tra fine novembre 2013 e inizio gennaio 2014 hanno comunicato ai collocatori, nella loro qualità di sostituti d’imposta, la percentuale da utilizzare per la tassazione al 12,5% di guadagni e/o perdite realizzati dal sottoscrittore che esce dal fondo nel primo semestre dell’anno in corso. Tra fine maggio e luglio, le Sgr, una volta approvato il rendiconto di fine 2013, comunicheranno il nuovo valore da utilizzare nel secondo semestre 2014.

L’investitore che però, entra ed esce da un fondo o da un comparto di Sicav appena avviato, per il quale non sia stato approvato alcun rendiconto, perde il diritto alla tassazione agevolata e dunque subirà la tassazione piena (26% dal primo maggio 2014).

I fondi pensione. I fondi pensione ed altre forme previdenziali dovrebbero continuare a scontare, salvo imprevisti, la tassazione all’11%. Assogestioni tuttavia, chiede al governo che il prelievo dell’11% passi dal maturato al realizzato in modo che le tasse non pesino, come avviene ora, nella fase di accumulo ma al momento della liquidazione, quando il lavoratore, al momento della pensione, incassa la rendita integrativa.  In Gran Bretagna i fondi pensione ed altre forme previdenziali simili sono esentati da tassazione.

All’estero, in particolare in Francia e Gran Bretagna, la situazione in termini di tassazione del risparmio è molto diversa quella italiana. Già si è detto dell’esenzione fiscale britannica per i fondi pensione e per i fondi previdenziali. In Inghilterra vi sono dei piani di risparmio i cui rendimenti sono detassati, purché il risparmiatore soddisfi i vincoli posti dal legislatore in termini di ammontare dei versamenti annui, sia riguardo alla tipologia degli investimenti consentiti. In Francia vengono fiscalmentie agevolati gli investimenti a lungo termine. Le associazione rappresentative degli investitori ma anche Assogestioni chiedono da tempo interventi di questo tipo anche in Italia. Difficile che il governo possa dare seguito a tali richieste.

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