Il mare, il sole ed il vento: tanti modi di uccidere il Salento (seconda ed ultima parte)

Il mare, il sole ed il vento: tanti modi di uccidere il Salento

(seconda ed ultima parte)

 

I rifiuti tossici.

 Da un po’ di mesi non si fa altro che parlare, nel Salento, di eventuali rifiuti speciali e tossici interrati sotto strade e campagne. Un pentito della camorra dei casalesi, Carmine Schiavone, nell’illustrare alla magistratura la mappa dei rifiuti tossici sotterrati illecitamente nel sud Italia, si è soffermato anche sulla Puglia e sul Salento, dicendo che, sino al 1991, il Sud sino alle Puglie, è stato interessato da un intenso traffico di rifiuti tossici provenienti dall’Italia ma anche da altri paesi europei.

Grazie alla collaborazione di un altro (ex) uomo di mafie, Silvano Galati, di Supersano (uomo forte del clan della Scu del Sud Salento fino al 2005, poi prezioso collaboratore di giustizia che ha svelato alleanze criminali e fatti di sangue) sono stati indicati agli inquirenti della Dda Antimafia di Lecce i siti in cui erano stati interrati rifiuti. L’indicazione, rimasta top secret, è stata verificata nel più stretto riserbo. Solo recentemente, dopo il clamore delle dichiarazioni del pentito dei casalesi Carmine Schiavone, si è appreso che il suggerimento di Galati era stato verificato e che l’accertamento ha svelato una situazione ancora più drammatica di quella descritta dal collaboratore di giustizia. Il sito indicato da Galati, infatti, rientra nell’ambito di una vasta area, trasformata in un cimitero di rifiuti. La zona si trova nelle campagne intorno a Casarano e abbraccia aree industriali ed agricole.

C’è da rilevare che in un primo momento il Procuratore Capo della Repubblica di Lecce, al contempo anche responsabile della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, Cataldo Motta, non aveva dato peso alle parole di Schiavone e Galati, ritenendo che il fenomeno mafioso in provincia di Lecce fosse ormai sotto controllo, ed escludendo inoltre che le mafie locali si siano mai dedicate al traffico ed allo smaltimento illecito di rifiuti. E’ stata necessaria la denuncia del senatore pentastellato Maurizio Buccarella, con tanto di foto aeree relative alla dichiarazione di Galati, per indurre la Procura a riaprire l’inchiesta.

L’operazione per accertare la presenza di rifiuti nel sottosuolo è stata coordinata dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone,. Raccolte le verità di Galati, il magistrato ha fatto intervenire anche un mezzo aereo del Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Il velivolo dotato di una strumentazione d’eccezione ha sorvolato la zona. Una sorta di georadar, montato fra le apparecchiature di bordo, ha consentito di individuare l’area in cui sono stati sepolti rifiuti. Si tratta di una zona così vasta da rendere impossibile la verifica della tipologia di rifiuti. I veleni interrati sono ancora lì!

Altri rifiuti pericolosi interrati sono stati trovati in questi giorni nel Basso Salento, in una zona comprendente i comuni di Tricase, Alessano, Tiggiano e Patù. In particolare a Tricase la Guardia di finanza ha trovato in questi giorni scarti di pellami e altri rifiuti all’interno di quella che fino al 1995 è stata la discarica della spazzatura del Comune. I ritrovamenti sono dovuti all’azione delle ruspe che stanno lavorando per l’ampliamento da due a quattro corsie della strada statale che da Maglie conduce fino a Leuca. Gli scavi hanno portato alla luce anche rifiuti chimici e di provenienza ospedaliera.

Già il 4 aprile scorso, in territorio di Alessano, in un’area di 6.400 metri quadrati in contrada Matine venne riportato alla luce un vecchio deposito di rifiuti pieno di scarti della lavorazione delle industrie del calzaturiero. A poca distanza, nei pozzi artesiani, sono state trovate tracce di diossina, sebbene sotto la soglia di pericolo.A Patù, località di insediamento di vecchi e nuovi calzaturifici, a tre metri di profondità nel sottosuolo i carabinieri del Noe hanno trovato un quantitativo indefinito di rifiuti costituiti da scarti della lavorazione industriale di pellame.

Dopo questi pericolosissimi ritrovamenti, la Procura della Repubblica di Lecce ha disposto l’effettuazione di ulteriori carotaggi in agro di Tricase: vi è un serio rischio di contaminazione dalle diossine delle acque destinate non solo all’agricoltura.

La crescente consumazione del territorio salentino.

In questi ultimi anni si assiste e si assisterà ad una crescente, rapida e nociva consumazione di territorio, non solo per la costruzione di nuovi edifici semmai su terreni già classificati come edificabili. E’ pur vero che un’edilizia in crisi punta ancora alla costruzione di nuovi immobili, soprattutto residenziali, nonostante un consistente calo della domanda di abitazioni e della concessione di mutui da parte del sistema bancario. Il problema sta invece nella costruzione ed ampliamento di strade già esistenti.

Il caso più noto e più eclatante è quello della Regionale 8, progetto approvato con difficoltà e previsto dalla Regione Puglia già 25 anni fa. La strada  nell’ultima variante stimolata dall’intervento dei principali comuni interessati (Lizzanello, Vernole, Melendugno, Lecce) verrà realizzata con un risparmio di territorio del 30% rispetto alla precedente versione, grazie ad un accordo con la Regione. Si tratta di un’opera inutile e faraonica che collegherà Lecce, passando per la strada provinciale esistente sino a Melendugno e le sue marine, proprio a Melendugno ed al Mare Adriatico. Si tratta della stessa zona che dovrebbe essere interessata dal gasdotto Tap.

Non pochi tratti saranno interessati da un brutale raddoppio delle corsie (già in fase di realizzazione), con danno all’ambiente e con l’abbattimento di migliaia di ulivi, molti anche secolari. Quest’ultimi dovrebbero però essere risparmiati dalla morte e trasferiti altrove: questo stabilisce la normativa regionale in materia. Va detto che l’impresa interessata ai lavori è quella Leadri amministrata dal costruttore Mario Palumbo con diffusi interessi economici e finanziari, dentro e fuori il Salento. La famiglia Palumbo aveva, tra l’altro, una significativa partecipazione azionaria in quella Banca 121 acquistata a peso d’oro dal Monte dei Paschi di Siena nel 1999, la cui cessione ha arricchito non poco la famiglia.

La realizzazione dell’opera è stata ostacolata da un ampio fronte , dalle associazioni ambientaliste al Movimento Cinque Stelle, ad associazioni di cittadini, alle stesse amministrazioni comunali, con pesi e modalità diversi.

La strada dovrebbe servire a rendere più sicura la viabilità ed a servire i movimenti dei turisti verso le marine di Melendugno nel solo periodo estivo, ma l’impatto ambientale è insostenibile e le dimensioni della nuova strada sono in molti punti sproporzionate all’uso.

Anche il raddoppio della Strada Statale 275 Maglie – Leuca oggi in standby  a causa del ritrovamento di rifiuti tossici proprio in corrispondenza del tracciato della nuova strada, costituisce un significativo apporto alla consumazione del territorio del Salento. Dopo corsi e ricorsi agli organi giurisdizionali amministrativi, nel 2013 il Tar di Lecce ha sbloccato i lavori, seguiti da un’Ati, risolvendo a danno dei ricorrenti (Gruppo Matarrese) esclusi dall’aggiudicazione dell’appalto, il ricorso presentato. E’ l’opera più imponente tra quelle progettate nel Salento nell’ultimo trentennio: riguarda ben 15 Comuni ed ha un costo a molti zeri, lievitato negli anni fino a 288 milioni di euro (152 milioni di fondi Cipe e 135 milioni di fondi Fas 2000-2006 della Regione Puglia).Un’opera di quasi 40 km che prevede per quasi tutta la percorrenza il raddoppio delle attuali due corsie, con espropri a danno non solo dell’ambiente, ma anche di attività di produzione agricola. Le popolazioni ed i proprietari dei fondi, riuniti in un comitato, hanno ostacolato anche a forza di carte bollate, sino all’ultimo la realizzazione dell’opera, battendosi per ottenere quanto meno delle varianti per ridimensionare la consumazione del territorio: anche qui ci sono ulivi, alcuni secolari, ed il Sud Salento è una zona di grandissimo pregio paesaggistico e dunque turistico. Quindi, secondo il comitato, l’ampliamento potrebbe essere molto più contenuto, solo se giustificato da esigenze di messa in sicurezza della viabilità e nel maggior rispetto possibile della preesistente configurazione dei fondi confinanti interessati da procedure espropriative.

Il caso Nardò

Nardò, con i suoi circa 33mila abitanti, è il centro più popoloso della provincia di Lecce, ovviamente dopo il capoluogo. Dispone di un territorio amplissimo, che si estende sino al confine con la provincia di Taranto, per circa 190 kmq. Il fiore all’occhiello di questa cittadina salentina, che si sviluppa anche sul mar Jonio, è il Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano, assolutamente tutelato.

A pochi passi dal Parco, a nord dell’abitato di Sant’Isidoro, nella marina di Nardò, c’è la Sarparea. Un oliveto monumentale, una foresta di ulivi cresciuti su una zona rocciosa. Nel mezzo dell’oliveto,  sulla parte più alta, domina la masseria Sarparea de’Pandi e tutto intorno, sparsi tra gli ulivi, ci sono ancora oggi i resti di antiche fornaci, stradine selciate e sorgenti d’acqua dolce. Un recinto di muretti a secco che racchiude storia e natura nel mezzo di uno dei tratti di costa che più ha subito, negli ultimi decenni, la mano pesante del cemento.

La zona è interessata da un progetto ostacolato dagli ambientalisti, ma approvato e confermato nella sua validità recentemente dal Tar di Lecce, di un mega-resort disseminato tra gli ulivi e un porto turistico da 624 posti barca: il progetto è stato elaborato da “Oasi Sarparea Srl”, una società di immobiliaristi inglesi guidata dalla londinese Alison Deighton. L’uliveto ha un estensione di 25 ettari, il progetto invece ricomprende un’area di 16 ettari nei quali sono previsti 130.868,85 mc di costruzione e 41.023,15 mq di superficie coperta.

Un primo progetto prevedeva l’abbattimento degli ulivi ma è stato seguito da un secondo, quello attuale che prevede invece la realizzazione di tutta l’opera sotto forma di costruzioni e moduli abitativi sparsi tra gli spazi vuoti degli ulivi, senza l’abbattimento degli alberi. E’ evidente però che la realizzazione di tali e tanti moduli abitativi avrà quali conseguenze il totale snaturamento della zona e la deprivazione del naturale paesaggio dominato dagli olivi.La realizzazione dell’insediamento turistico e’ stata ampiamente avallata dal Comune di Nardò con il suo Prg del 2002, che ha previsto la lottizzazione praticamente di tutta la zona di S.Isidoro, ma bocciata nel 2012 dalla Regione. Nel proprio provvedimento la Regione evidenziava infatti come il progettato intervento prevedesse “la realizzazione di volumi edilizi e opere annesse su aree che (…) risultano insistere in un contesto rurale di alta valenza paesaggistica connotato dalla consistente presenza di alberature di ulivo significative per dimensione e testimonianza storica (…). Pur non prevedendone l’espianto  (…) queste sono dislocate secondo un assetto posto in continuità naturalistico-ambientale con le aree rurali adiacenti costituendo, nell’insieme, un ambito significativo da un punto di vista identitario e paesaggistico. Inoltre, l’intervento appare impattante rispetto al contesto di riferimento (…) introducendo un diverso uso del suolo e una eccessiva pressione antropica che contrastano fortemente con la natura rurale dei luoghi, interferendo negativamente con la percezione d’insieme del paesaggio costiero e del paesaggio agrario (…), modificando l’assetto idrogeomorfologico d’insieme, ed essendo la tipologia stessa dell’intervento particolarmente impattante e fondamentalmente incompatibile con la natura stessa dei luoghi e con gli obiettivi di salvaguardia dell’assetto attuale, di per sé già altamente qualificato”.

Il Tar di Lecce però ha dato ragione ad Oasi Sarparea Srl, ritenendo non decisive le argomentazioni della Regione Puglia.

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