AREA EURO A RISCHIO DEFLAZIONE ED EURO (TROPPO) FORTE.

La deflazione è, in macroeconomia, una diminuzione del livello generale dei prezzi Il fenomeno opposto si definisce inflazione.La deflazione deriva dalla debolezza della domanda di beni e servizi, cioè un freno nella spesa di consumatori e aziende, che, in regime di deflazione, sono incentivati a posporre gli acquisti di beni e servizi non indispensabili, con l’aspettativa di ulteriori cali dei prezzi, con l’effetto di innescare una spirale negativa. Le imprese, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori, con la conseguenza di subire anche significative riduzioni del fatturato. Spesso alla contrazione del volume d’affari segue una politica aziendale di riduzione dei costi, soprattutto di quelli del lavoro, con riduzione dei salari o addirittura taglio dei posti di lavoro (licenziamenti).

La deflazione è lo spettro che si aggira in Europa negli ultimi tempi, in particolare nell’area euro, accompagnato da una valuta molto, forse troppo forte, che nell’ultimo anno si è apprezzata sul dollaro del 6%. E’ evidente che spesso la scelta delle imprese e dei consumatori – questi ultimi attraverso il crescente strumento del commercio elettronico –  va o può  andare verso le merci offerte dagli Stati Uniti o comunque dai Paesi che utilizzano quale valuta di scambio il dollaro statunitense. Il protrarsi di tale condizione può danneggiare anche quelle imprese italiane, e sono tante, che eccellono nell’export.

Proprio in questi giorni il governatore della Bce, Mario Draghi, ha sottolineato l’importanza del rischio deflazione. Per altro il tasso d’inflazione europeo si attesterebbe intorno allo 0,5%, ben lontano dall’obiettivo prefissato dalla banca centrale, prossimo al 2%. L’apprezzamento del cambio euro/dollaro, ha affermato Draghi, ha tagliato l’inflazione dello 0,4-0,5% contribuendo a portarla all’attuale 0,5%. Nell’immediato forse non accadrà nulla, anche se si è detto che il Consiglio della Bce potrebbe ricorrere anche a “strumenti non convenzionali”, come il quantitative easing, l’acquisto cioè da parte di Bce di titoli di Stato sul mercato secondario e – si spera – anche primario, in cambio di liquidità da immettere sui mercati, ma soprattutto da mettere a disposizione degli Stati, ove uno strumento non convenzionale fosse l’acquisto dei bond statali sui mercati primari all’atto del primo collocamento. Non secondario sarà il compito delle banche, che presto, almeno le più importanti, passeranno sotto la diretta vigilanza della Bce. Il credit crunch è ancora forte e stritola le economie nazionali, in specie quella italiana. Draghi ha proposto una modifica, necessariamente su scala internazionale (con il diretto coinvolgimento di Fmi) della normativa, a suo dire troppo rigida, sugli Abs (asset backed securities)le famose cartolarizzazioni. Qui si tratta, in particolare, delle cartolarizzazioni di crediti verso Pmi di buona qualità. Le banche che hanno concesso finanziamenti ad imprese, si servono di una società ad hoc, detta Spv, per trasformare il credito vantato nei confronti di più aziende in obbligazioni, da collocare presso investitori istituzionali (banche, organismi internazionali etc.), così liberandosi del rischio, ottenendo un’immediata liquidità dalla cessione dei crediti alla Spv, e parcellizzando il rischio versi gli acquirenti dei titoli, che avranno la stessa scadenza di quella dei finanziamenti sottostanti. Gli investitori in cambio avranno degli interessi  che verranno erogati ad ogni pagamento delle rate di finanziamento. La novità è che la Bce che già  acquista questi titoli dalle banche, garantiti dai finanziamenti sottostanti, vorrebbe ampliare l’ambito degli Abs che essa stessa può accettare in garanzia dalle banche in cambio di liquidità, visto che il livello di sicurezza si è sensibilmente elevato negli ultimi tempi. Il maggior flusso di danaro determinato dall’accettazione dei titoli cartolarizzati da Bce dovrà andare in direzione delle imprese maggiormente meritevoli, osserva Draghi.

In realtà non mancano gli osservatori che ritengono – a buon motivo – il comportamento della Ue ancora troppo cauto e lento. Masciandaro e Krugman chiedono un intervento rapido non solo in termini di politica monetaria, ma anche e soprattutto in termini di politica economica: rilanciare l’inflazione anche al di sopra dell’obiettivo del 2%, secondo politiche keynesiane, con spazio ad investimenti per la crescita, controllando più che l’inflazione il livello dei prezzi (Donato Masciandaro) che dovrebbe dunque aumentare per evitare la spirale deflattiva, in funzione di una spinta all’aumento della domanda interna e dei salari. Ecco perchè, l’acquisto di titoli di Stato dovrebbe avvenire anche e soprattutto sul mercato primario (al fine di dare respiro agli Stati che potrebbero così in parte ridurre il debito, in parte destinare gli introiti alla crescita) e perchè urge l’intervento degli organismi di vigilanza e del regolatore per far riprendere il credito bancario.

E’ evidente però, che un ostacolo a tutto questo sono le attuali politiche fiscali Ue e, soprattutto il vincolo del pareggio di bilancio e gli altri vincoli imposti dal fiscal compact.

draghi

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