ITALIA: CUNEO FISCALE AL 47,8%. TENTATIVI DI ABBATTIMENTO POSSIBILI ?!?

Aumenta la pressione fiscale sui salari italiani che nel frattempo sono diminuiti in termini reali. In base alla versione preliminare dello studio ‘Taxing Wages’ dell’Ocse, nel 2013 il cuneo fiscale – la differenza tra il costo totale del lavoro per il datore di lavoro e quanto incassato dal dipendente – è salito al 47,8% per il lavoratore single, con un aumento di 0,1 punti, confermando il sesto posto dell’Italia tra i 34 membri dell’Ocse, a fronte di una media del 35,9%.

Il fisco in Italia è un tantino più clemente verso la famiglia monoreddito con due figli, con un cuneo in calo di 0,5 punti al 38,2%, che è però il quinto più alto dell’area e anche in questo caso ben al di sopra della media (26,4%). L’aumento della pressione fiscale sui lavoratori single deriva interamente dalla tassa sui redditi (+0,1%) che arriva al 16,3% del cuneo. Invariata invece la componente dei contributi, sia da parte del lavoratore (7,2%) sia del datore di lavoro che sono pari al 24,3%, il quarto dato più elevato dell’Ocse. In base allo studio, tra l’altro, il salario lordo medio in Italia è di 29.704 euro, in calo dello 0,1% in termini reali. A livello armonizzato si tratta di 39.430 dollari a parità di potere d’acquisto che mettono l’Italia al 19esimo posto nell’Ocse. Sul salario lordo pesano per il 21,5% la tassa sul reddito e il 9,5% i contributi previdenziali a carico del lavoratore, per un totale del 31%. Il costo complessivo del lavoro, ovvero quanto è pagato in totale dal datore di lavoro, ammonta invece a 52.080 dollari e sotto questo profilo la Penisola è quattordicesima.

Il cuneo fiscale in Italia supera nettamente la media Ocse sia sui salari più bassi (44,7% contro 32,2%), sia per gli stipendi più alti (53,2% – il terzo più alto dell’Ocse – contro 40,3%) nel caso del lavoratore single. Ma il divario è pesante anche per la famiglia con due redditi, con un cuneo al 40,2% contro il 28,3% Ocse. Fisco più pesante che altrove anche per il genitore single con due figli e un salario basso (pari al 67% dello stipendio medio) che deve fare i conti con un cuneo del 28,4% contro il 17,2% Ocse. Tra i maggiori Paesi, il posto migliore per avere uno stipendio alto è la Svizzera, dove il cuneo è del 26,5%. Nel caso di un genitore single con due figli e un salario basso, l’Irlanda prevede addirittura una ‘tassazione negativa’, ovvero un bonus, pari al 25% del salario. Per il costo totale del lavoro l’Italia è alle spalle degli Usa (53.223 dollari) e precede la Corea (51.895 dollari). La Francia è ottava con 61.650 dollari, mentre la Spagna (17esima) si ferma invece a 49.700. Ultimo il Messico con meno di 14mila dollari.
Comunque l’Italia è preceduta, in termini di costo del lavoro e dunque di divario tra salario lordo e reale, da altri importanti partner europei. Al primo posto per il cuneo fiscale nell’Ocse c’è infatti il Belgio con il 55,8% (-0,2). Seguono Germania (49,3%, -0,3), Austria (49,1%, +0,28), Ungheria (49%), Francia (48,9%, -1,20). Il Belgio è al top anche per il costo totale del lavoro, pari a quasi 73mila dollari, davanti alla Germania (69mila) e alla Svizzera (68.300). I Paesi con le tasse più leggere sono il Cile (cuneo al 7%), la Nuova Zelanda (16,9%) e il Messico (19,2%). Il fisco è clemente con il lavoro dipendente anche in Svizzera (22%), Irlanda (26,6%), Usa (31,3%) e Gran Bretagna (31,5). La media Ocse del 35,9% segna per altro un aumento di 0,2 punti nel 2013, dopo +0,1 nel 2012 e +0,5 nel 2011. Tuttavia il salario medio lordo italiano è molto più basso di quello belga, come di quello austriaco e tedesco, per cui alla fine, nonostante la maggiore incidenza del cuneo, in quesi Paesi in busta paga ci si troverà di più che in Italia (circa 10mila euro annui in più, per esempio, in Belgio).

Il taglio dell’Irpef. 6,6 miliardi da maggio a dicembre per far avere a 10 milioni di lavoratori italiani un aumento in busta paga massimo, a seconda dei redditi, di 80 euro mensili; un taglio dell’Irap del 5%, a tendere poi del 10%, per alleggerire il peso del costo del lavoro a carico delle imprese. Questo i noti provvedimenti del governo Renzi per tentare di ridurre il cuneo fiscale. Alcuni commentatori, non necessariamente di segno politico avverso a quello del governo in carica, temono che la manovra in questione possa essere una semplice una tantum, qualcun altro ritiene che, allo stato attuale e prospettico delle finanze italiane, tale operazione sia sostenibile per non più di due anni consecutivi.
Le ragioni sono semplici e discendono prevalentemente dagli impegni assunti con l’Unione Europea attraverso il trattato di Maastricht e l’accordo sul fiscal compact, che ci obbligano ad un sensibile contenimento del debito pubblico come del rapporto deficit/Pil (il famoso 3% massimo). Dal 2015, come più volte avvertito anche da queste colonne, l’Italia, a causa dell’enorme debito pubblico, pari ormai quasi al 140% del Pil, sarà costretta, salvo correzioni in corso d’opera auspicabili dopo le elezioni europee e la nomina della nuova Commissione Ue, a ridurre il debito del 5% all’anno per vent’anni, sino al raggiungimento del 60%. Una vera e propria cura da cavallo, che stenderebbe Paesi anche economicamente più forti del nostro! E che, secondo attendibili proiezioni, prevede un primo intervento, per l’anno prossimo, pari a circa 50 miliardi euro! Un impegno estremamente gravoso, al quale pare non sia data particolare importanza dal Def recentemente licenziato dal governo. Ciò comporterà dunque manovre finanziarie lacrime e sangue per il popolo italiano, che il governo in carica vorrebbe in parte sostenere, si legge tra le righe del Def e del documento Cottarelli, con una colossale riduzione della spesa pubblica, che passa anche per le alienazioni dei gioielli di famiglia (privatizzazioni), per le alienazioni di beni pubblici e, probabilmente, anche per la contrazione della spesa pubblica su servizi pubblici essenziali come l’istruzione pubblica – interessata al momento solo da nuovi investimenti per circa 3,7 miliardi nell’edilizia scolastica –  e la sanità. La riduzione degli stipendi dei manager di società pubbliche non quotate risolve solo in piccolissima parte il problema, anche perchè per i manager delle società quotate è necessario rimuovere con decisione il quadro normativo montiano che liberalizza, di fatto, l’ammontare degli emolumenti. E comunque i manager delle società quotate in Borsa continueranno a percepire stipendi superiori ai 500mila euro lordi, più del doppio dei colleghi delle non quotate.

I tagli dei trasferimenti alle Regioni.

Continueranno con molta probabilità i tagli ai trasferimenti a Regioni ed enti locali. Quelli in maggiore dissesto finanziario, colpevole o incolpevole, si vedranno costretti ad aumentare il costo delle imposte locali, a partire dall’addizionale Irpef comunale e regionale, che già decurta gli stipendi di milioni di persone. Quindi gli 80 euro in busta paga rischiano di servire a pagare le nuove imposte locali, più che a rilanciare i consumi.

Conclusioni.

La situazione, come sempre, è in fieri, necessita sicuramente di un buon periodo di rodaggio. Tuttavia le insidie non sono poche e si trovano dietro l’angolo. Renzi attende probabilmente l’esito delle Europee, sperando in un’affermazione del Pse di Schultz, per modificare le carte in tavola e per rinegoziare, da giugno, gli impegni con l’Europa. Al momento, però, salvo che la Ue non ci autorizzi a destinare qualche miliardo ad investimenti per la crescita – semmai approvando le privatizzazioni ed il Jobs Act –  non si vedono grandi possibilità di investire, contraendo anche un po’ di debito pubblico, per il rilancio dell’economia domestica. La responsabilità non è solo di questo governo, ma sicuramente della normativa fiscale europea. Ecco perchè, sempre nel rispetto di una sana e prudente amministrazione dei conti pubblici, sarebbe opportuno rinegoziare il Fiscal Compact se non, addirittura, abbandonarlo.

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