DEF. LUCI ED OMBRE DIETRO GLI 80 EURO IN BUSTA PAGA

Ieri il Governo presieduto da Matteo Renzi ha presentato il Def (Documento Economico Finanziario) che va tenuto ben distinto dalla legge di stabilità (già legge finanziaria). Il Def infatti, più che indicare con crisma pari o prossimo alla certezza, i fondi a copertura delle spese che lo Stato ha previsto di sostenere a fronte di singoli progetti o interventi, si limita più che altro ad inquadrare la situazione economica nazionale del momento, quella prospettica, le prospettive di crescita o ridimensionamento della ricchezza nazionale, la consistenza del debito e della spesa pubblica, le linee di indirizzo del governo in materia economica più in generale. E’ sicuramente vero che il Def indica dove andare ad intervenire e quali fondi si intendano utilizzare, tuttavia per definizione, il Documento esce in primavera ed è superabile da tempi ed esigenze sino all’approvazione della Legge di Stabilità, prevista per fine anno. Il Def è dunque per natura emendabile ed ha natura programmatica più che cogente, fiscalmente e finanziariamente, come ce l’ha invece la vecchia legge finanziaria.

Partendo dal provvedimento più atteso e sbandierato, quello del taglio Irpef per 6,6 miliardi di euro per quest’anno (10 a regime), le coperture  verranno da tagli alla spesa pubblica per 4,5 miliardi, 1 miliardo di euro da prelevare fiscalmente dalle banche come contrappeso per la rivalutazione delle quote in Bankitalia, almeno un altro miliardo dall’esazione dell’Iva conseguente allo sblocco di una nuova tranche di pagamenti della Pubblica Amministrazione verso fornitori privati. Quest’operazione, secondo le ottimistiche previsioni di Palazzo Chigi, dovrebbe portare ad incrementare il Pil per almeno lo 0,50%. Si trascura però che l’aumento in busta paga è di scarso peso e servirà ben poco a rilanciare i derelitti consumi nazionali. Per altro il governo dimentica che a partire dal 2015  dovremmo ridurre il debito pubblico – previsto in ulteriore crescita anche dal Def per il 2014-15 – a causa della nostra adesione al fiscal compact, nella misura del 5% annuo. Per il 2015 sarà necessaria dunque, salvo sorprese dell’ultim’ora, una manovra finanziaria di circa 50 miliardi. Il pareggio di bilancio, cui pure siamo obbligati da norma inserita in Costituzione a seguito della nostra adesione al fiscal compact ed al Trattato di Maastricht, si dice che sarà raggiunto nel 2016. Tutte queste condizioni rendono difficile e scarsamente palpabile l’utilità degli interventi renziani sulle tasche dei cittadini. Per altro il taglio dell’Irpef lascia fuori i pensionati, che pure sono dei consumatori!

Altri fondi verranno dalle privatizzazioni, che si assumono più ricche e corpose rispetto a quelle annunciate qualche mese fa da Letta e Saccomanni: non solo Poste Italiane ed Enav, dunque, ma anche altri enti strategici per l’economia italiana come Eni, Fintecna, Fincantieri, forse anche Ferrovie dello Stato. Nell’immediato lo Stato percepirà alcuni miliardi (con vendita allo sconto, sicuramente), poi nel tempo però perderà o si vedrà ridimensionati i dividendi e comunque gli utili percependi da tali attività.

Le imprese beneficeranno di un taglio dell’Irap in un primo momento pari al 5%, che a regime diverrà doppio, che si somma a quello dell’ultimo governo Prodi. Il taglio dovrebbe essere finanziato dall’aumento dal 20 al 26% del capital gain, la tassazione sulle rendite di borsa, ad eccezione dei Titoli di Stato, che rimarranno tassati al 12,5%.  La manovra è iniqua, in quanto non tiene assolutamente conto delle caratteristiche dell’investitore: pagherà il 26% sia il piccolo risparmiatore che abbia investito poche migliaia di euro in azioni, o il pensionato che investa la liquidazione in azioni piuttosto che in Bot, che lo speculatore e il manager d’azienda. Qui si è persa (volutamente?) l’occasione per avviare una seria patrimoniale.

Altro momento importante è quello della spending review: riduzione della spesa pubblica per 17 miliardi nel 2015 e 32 miliardi nel 2016. Dalla soppressione degli enti inutili alla riduzione degli organici nelle pubbliche amministrazioni etc. Questi fondi serviranno anche a sostenere gli obblighi nei confronti della Ue e della Troika?

Infine una nota di colore: si è stabilità che i manager pubblici non possano percepire più di 238mila euro lordi annui, lo stipendio del Presidente della Repubblica. Purtroppo, regalo del governo Monti, la norma non vale per i manager di enti quotati in Borsa (Fs, Eni etc.). Vogliamo intervenire anche qui, per ripristinare l’equità, visto che gli stipendi oltre ad essere di per sè ingiustificati, spesso vengono aumentati anche a seguito di esercizi in perdita?

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