Matteo Renzi cerca tempo e … danaro

Matteo Renzi chiede a Germania e Francia ed alla Commissione Ue, nella persona appunto del Commissario uscente Josè Manuel Barroso, l’ok per poter portare un aumento del rapporto deficit/pil dal 2,6% al 2,9%, secondo la giusta impostazione che i debiti sostenuti per crescita ed investimenti possono creare nuove opportunità occupazionali ed una crescita, seppur contenuta, della domanda interna, che dunque porterebbe ad un incremento dello stesso Prodotto Interno Lordo. Secondo Brunetta però il famoso rapporto sarebbe già al 2,8%, per cui vi sarebbero margini di manovra alquanto contenuti. E’ vero quanto osserva l’ex ministro di Fi che le previsioni della Commissione Ue per la crescita italiana nel 2014 sono prudenzialmente pari al + 0,6%, mentre il precedente governo Letta si era lanciato in previsioni più ottimistiche (+ 1%). Metodo ed esperienza purtroppo insegnano che spesso le proiezioni di organismi ed istituzioni internazionali, più caute, si rivelano più realistiche di quelle “partigiane”.

Ad ogni modo, gli interlocutori europei non si sono detti contrari ad un eventuale aumento del rapporto deficit/Pil, purché ovviamente nei parametri previsti dal Trattato di Maastricht e dall’Accordo sul Fiscal Compact. Fiscal Compact che, ad onta delle prime intenzioni manifestate, non viene più messo in dubbio da Renzi e dal suo entourage. L’ok, peraltro, è condizionato, non a caso, al varo di quelle riforme strutturali che la troika chiede da qualche anno al nostro Paese. Tra le riforme più attese, sicuramente quella del mercato del lavoro; dopo la riforma Fornero, infatti, sarà la volta della flessibilità voluta da Renzi, con il prolungamento dei contratti a termine fino a 36 mesi e con la possibilità di avere sino ad otto proroghe di un unico contratto a termine “acausale” fino a 36 mesi. Con contratti a termine si potrà assumere sino al 20% della forza lavoro di un’azienda; il contratto di apprendistato sarà lo strumento per “insegnare” ed “imparare” un lavoro, con remunerazioni minime, senza garanzie di regolarizzazione.

Renzi, dunque, non dispone di grandi carte per finanziare anche gli 80, 85 euro di aumento salariale per chi guadagna meno di 1.500 euro al mese, se non ricorrendo a risparmi di spesa, per quest’anno pari a 7 miliardi di euro e che, secondo gli annunci, dovrebbero essere 34 per tre anni. I tagli dovrebbero riguardare in parte le pensioni di reversibilità e di guerra (anche se il governo sembra aver fatto marcia indietro), 85mila esuberi nelle pubbliche amministrazioni, tagli ai trasporti regionali e locali, tagli alle dotazioni ordinarie delle amministrazioni (compresi fogli e carta igienica nelle scuole ndr), tagli alle spese militari con revisione della pianta organica e, forse, riduzione del numero di F35 da acquistare. Inoltre le donne nelle pubbliche amministrazioni dovranno stare al lavoro un altro anno (da 41 a 42 anni). Si temono tagli nella sanità, ma già le Regioni hanno approvato un documento nel quale si rivendica che i risparmi ottenuti dalla razionalizzazione della spesa nel comparto sanitario devono rimanere nei bilanci sanitari, a disposizione della sanità.

Il problema del finanziamento del taglio all’Irpef non si pone però solo per il 2014; il finanziamento dovrà essere costante, anno dopo anno. Ed il problema sta proprio nel Fiscal Compact e nel fatidico 3%. Renzi ha chiesto all’Europa di escludere dal computo i fondi strutturali, o meglio la quota di finanziamenti nazionali che si affiancano a quelli europei, finalizzati al sostegno di progetti mirati allo sviluppo del Paese e soprattutto delle regioni più deboli. I fondi europei, per poter essere realmente azionati, necessitano del completamento di fondi italiani in base ad una quota di cofinanziamento vicina al 50% qualche anno fa. Grazie a quattro riprogrammazioni concordate con Bruxelles, l’Italia ha ottenuto di recente di far scendere la propria aliquota al 25%, liberando così un tesoretto di 12 miliardi. Renzi vorrebbe migliorare l’esperienza,  liberando fondi per la crescita. Al momento però gli interlocutori sembrano molto scettici.

Il Fiscal Compact, che si intende rispettare, prevede, a partire dall’anno prossimo, una finanziaria da circa 50 miliardi o giù di lì. Sono previsti riduzione del debito al ritmo del 5% annuo per 20 anni, sino al 60% del rapporto con il Pil. Insomma manovre lacrime e sangue per gli italiani. Le Regioni chiedono di escludere dal vincolo di stabilità, oltre ai fondi strutturali, anche i debiti per l’edilizia scolastica e la messa in sicurezza del territorio contro il dissesto idrogeologici.

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