MILLE EURO DI TAGLI IRPEF: QUALI BENEFICI

matteo-renzi-188808Il governo Renzi ha trovato 10 miliardi di euro da destinare a tagli all’Irpef per chi ha redditi più bassi. Secondo molti tecnici ed analisti, tale misura fornirebbe un contributo positivo dello 0,4% per il Pil nazionale. Apparentemente poca cosa, bene se si tratta di un semplice inizio. I meno abbienti, sostanzialmente i redditi sino a 15 mila euro, avrebbero un beneficio immediato, dal 27 maggio, secondo il governo, di 80 euro in più in busta paga, che in un anno corrispondono a 1.000 euro netti.

A nostro parere, questa misura non consentirà realmente a chi guadagna anche meno di 1.500 euro al mese, di potersi vedere migliorare il proprio tenore di vita e dunque la propria vita. Solo in piccola parte si tradurranno in consumi reali, semmai serviranno a pagare con meno affanno le solite bollette e qualche fastidioso balzello. Certo, se qualcosa rimane, sicuramente quel qualcosa verrà destinato ai consumi, ingenerando un primo, piccolo circolo virtuoso in favore dell’economia. E’ importante dunque non solo alleviare le (gravi) condizioni economiche di tanti milioni di individui, ma anche rilanciare concretamente la domanda interna per rilanciare, alla fine, il sistema Italia.

Gli imprenditori e gli industriali, però, soprattutto per bocca di Squinzi e Confindustria, hanno lamentato la latitanza del governo nei confronti delle imprese e soprattutto dell’Irap, ritenuto dai più un balzello infame e dannoso. L’Irap fu introdotta come imposta regionale per contribuire al finanziamento della sanità assorbendo altre imposte oltre ai contributi sanitari e la c.d. tassa sulla salute. Il taglio dell’Irap comporterebbe, così strutturato, problemi anche alla stabilità dei bilanci regionali. Vincenzo Visco ha proposto recentemente su Il Sole 24 Ore la vecchia proposta di De Vincente e Pisauro, tesa sostanzialmente ad una riduzione dei contributi previdenziali a carico dell’azienda, attualmente ad aliquota prevalente pari al 33%. Secondo tale impostazione, sarebbe necessario ridurre l’aliquota al 19-20% per la parte di salario annuo pari a 7-8mila euro anni, lasciandola invariata per la parte di reddito superiore. Tale sgravio comporterebbe benefici diretti sia per i salari medio-bassi, per il lavoro precario e per piccole imprese e industria.

Tale tesi è scarsamente condivisibile, in quanto la sua applicazione comporterebbe una non indifferente riduzione delle risorse a disposizione delle pensioni dei lavoratori, nonchè per gli enti previdenziali (Inps in primis), già in forte sofferenza. Questa impostazione sembrerebbe, alla fine, portare potenziale beneficio ai fondi previdenziali integrativi privati, con nuovi, ulteriori pesi per i lavoratori che volessero/dovessero integrare la (più) magra pensione con versamenti privati aggiuntivi. Meglio allora dare direttamente in busta più danaro ai lavoratori, e reintrodurre la scala mobile per far crescere i salari ed incrementare dunque l’asfittica domanda interna.  Così facendo si stimola, anche se di poco, la produzione ed il commercio interno, con conseguente crescita del Pil e riduzione della pericolosa forbice nel rapporto con il debito pubblico. Le imprese si aiutano dunque più così e, diversamente, con sgravi fiscali per le nuove assunzioni e con la lotta a corruzione ed evasione fiscale, che certo contribuirebbe alla riduzione della pur pesante pressione fiscale, e con l’emersione da nero e sommerso.

Al momento, dunque, la soluzione del taglio al cuneo fiscale, anche solo parziale e riferita alla quota relativa al costo del lavoro, non sarebbe attuabile, in considerazione della situazione, spesso precaria, dei conti economici delle Regioni. Una politica di incremento dei salari, di lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione e di graduale abbandono delle politiche di austerità (leggi fiscal compact), in uno alla tassazione delle rendite finanziarie progressiva in ragione dei patrimoni investiti, consentirà in tempi non lunghi di ridurre il peso della pressione fiscale ad imprese e lavoratori e di addivenire ad una più equa tassazione.

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